Silent Heart. La recensione

Sinossi

Tre generazioni di una famiglia si riuniscono un fine settimana in una casa di campagna per l’ultimo saluto alla madre Esther che, malata terminale di SLA, ha deciso di ricorrere all’eutanasia prima che la malattia peggiori. Le sue due figlie, la prepotente Heidie la fragile Sanne, hanno accettato il desiderio della madre e il fine settimana è stato attentamente pianificato da Esther e il marito. Tutti i familiari gestiscono la situazione in modo molto diverso fra di loro mentre Esther, serena per la sua decisione, cerca di trascorrere in maniera tranquilla gli ultimi attimi della sua vita insieme alla famiglia. Tuttavia, durante il fine settimana la scelta della madre diventerà sempre più difficile da affrontare per Heidi e Sanne e presto riemergeranno vecchi conflitti.

Recensione

Silent Heart (Stille Hjerte) del regista premio Oscar Bille August ha concluso ieri la seconda serata del Nordic Film Fest che si svolgerà fino a domenica 24 aprile 2016 presso la Casa del Cinema di Roma.
La pellicola affronta il tema dell’eutanasia in modo delicato e profondo, riuscendo a far riflettere senza mai indirizzare lo spettatore verso tesi precostituite.
Il regista danese affida il compito di rappresentare le due opposte visioni sulla decisione della madre Esther (Ghita Nørby) alle due sorelle Heidie (Paprika Steen) e Sanne (Danica Curcic). Con abilità costruisce il racconto in modo che le stesse cambino  con lo scorrere del film.
Il focus si sposta così su Heidie e la  sua scelta che non può che essere intima, personale. Una scelta di dignità ma anche sotto certi aspetti altruistica. Il discorso che rivolge alla famiglia nel calore della sua casa è incentrato sullo scorrere del tempo, sulla necessità di capire che nessuno è eterno su questa terra,  e che pensarlo è lo sbaglio più grosso che si possa fare perchè: ” i giorni passano troppo lenti e gli anni troppo veloci”.
La serena rassegnazione alla sua malattia e all’epilogo che ha scelto,  si scontra con l’angoscia e il vuoto che provano le due figlie nel sapere di dover perdere una figura così importante per loro.
August porta la narrazione su binari paralleli e mostra il dramma che da singolare si fa prima famigliare e poi universale, mettendo ognuno di noi di fronte alle sue convinzioni che spesso si rivelano, proprio come nel film, molto labili. La riuscita dell’opera si deve all’ottima interpretazione del cast che riesce a creare una atmosfera sospesa e rarefatta, costruita da sguardi e frasi non dette. Nella poesia dell’ultimo movimento di macchina ci sta gran parte del senso del film e tutta la maestria di un grande cineasta.

Vittorio Zenardi

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