Alfie Evans, Enzo Pennetta: “Natura si ribella a ideologia di morte”

Interviste

Alfie Evans respira ancora, nonostante da oltre 11 ore gli sia stato staccato il respiratore artificiale che lo ha tenuto in vita in tutte queste settimane. Lo Speciale ne ha parlato con il fondatore del sito Critica Scientifica Enzo Pennetta laureato in Biologia e Farmacia, docente di scienze naturali e scrittore, autore de “L’Ultimo Uomo”, libro in cui descrive il declino dell’uomo moderno. Alfie, affetto da una grave malattia neodegenerativa si è visto staccare il ventilatore artificiale, dopo che il giudice ha respinto l’ultima richiesta di trasferirlo in Italia presso l’Ospedale Bambino Gesù nonostante la concessione della cittadinanza da parte del Governo italiano. Per i medici, senza respiratore sarebbe vissuto al massimo trenta minuti, invece per oltre 11 il bimbo ha respirato autonomamente. I medici hanno dovuto praticargli l’idratazione per impedire che muoia dissetato.

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Che significa tutto questo? Che la natura si sta ribellando all’ideologia? Di fronte ad uno Stato che vorrebbe sopprimere una “vita inutile”, questa vita si ribella?

“Aspettiamo e vediamo come evolverà la situazione nelle prossime ore. Arrivare a delle conclusioni ora potrebbe essere un po’ azzardato. E’ chiaro che uscendo dal campo medico e restando in quello prettamente umano colpisce la resistenza e l’attaccamento alla vita di Alfie. Di fronte alle sentenze di un tribunale che hanno stabilito che quella vita va interrotta, ecco che quella stessa vita si aggrappa all’ultima possibilità di sopravvivenza. La natura evidentemente va in un’altra direzione rispetto alle leggi e alle convinzioni ideologiche, dimostrando che la fine dell’esistenza è un fatto naturale che può resistere anche ai tentativi di accelerare un decesso”.

Il fatto che i medici hanno ripreso ad idratarlo, non sta però a smentire l’idea di chi sostiene che  alimentare un malato terminale è come praticargli l’accanimento terapeutico?

Mangiare e bere non può essere considerata una terapia, pensare una cosa del genere significa sostenere una follia frutto di chiara ignoranza. Chi afferma una simile assurdità dimostra di non conoscere il concetto stesso di terapia. E’ chiaro che nel momento in cui un individuo continua a vivere, nonostante per volere di una Corte gli siano state staccate le apparecchiature che lo hanno tenuto in vita fino ad allora, quel soggetto va comunque nutrito altrimenti non si farebbe altro che praticare una sorta di eutanasia mascherata. Perché in questo caso non verrebbe interrotta una terapia ma un supporto vitale. E’ chiaro che la vicenda di Alfie senza dubbio apre delle contraddizioni da questo punto di vista”.

Quindi far morire una persona di fame e sete è eutanasia a tutti gli effetti? Sembrano stabilirlo gli stessi medici inglesi che hanno ripreso a nutrire Alfie proprio per scongiurare che possa morire per assetamento.

“Anche qui non si possono non evidenziare le contraddizioni rispetto ad altre situazioni. Nel caso di Eluana Englaro per esempio è valso il principio contrario. Questo dimostra che la medicina non può dare risposte che attengono alla sfera etica, perché finirebbe con il contraddire se stessa. Far morire l’individuo di fame e di sete non è una decisione medica ma un’interpretazione che viene data su casi specifici. Altrimenti non si spiega perché per l’Englaro o per Terri Schiavo sia stato ritenuto etico lasciarle morire, mentre oggi altri medici nel caso di Alfie sostengono l’esatto contrario. Questo costituisce un precedente molto importante, proprio perché consente di aprire un dibattito sulle contraddizioni fra medici. Questo può consentirci di arrivare finalmente ad appurare in maniera chiara ed inequivocabile che privare un essere umano dell’idratazione non significa privarlo di una terapia ma praticargli un’eutanasia attiva”.

 

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