Al Teatro India va in scena LA CASA BIANCA

Da oggi 8 novembre fino al 10 va in scena al Teatro India LA CASA BIANCA, con protagonista Armando Iovino diretto da Marta Gilmore, entrambi autori della drammaturgia di questo spettacolo che ruota attorno a una vicenda familiare, legata alla latitanza di un grande boss della camorra. Un monologo che diventa una riflessione aperta sulle dinamiche familiari, sulle relazioni profonde tra le persone e la terra, quella terra dalle fortissime tradizioni contadine, poi devastata dall’inquinamento e dall’avvelenamento delle cosiddette “ecomafie”.

Il palcoscenico come la piazzetta di una masseria, dove ci si ritrova per una partita a carte, per due chiacchiere, per passare il tempo in attesa che succeda qualcosa. Come una casa che dà il benvenuto agli ospiti ai quali bisogna offrire la migliore accoglienza. Accoglienza che scivola facilmente nella trappola, nel ricatto per cui non ci si può sottrarre all’ascolto, al rito dell’ospitalità. Attraverso questa co-abitazione con un pubblico che non è più tale si costruisce una narrazione a più voci, che procede per interruzioni, ripartenze, sospensioni. Tutto questo è raccontato

Filo conduttore è la storia di una donna, membro di una grande famiglia, la sola ad aver deciso di restare a coltivare i terreni ereditati dai propri genitori, che abbandonata a se stessa e schiacciata dai debiti, decide di dare ospitalità ad un importante boss della camorra. Attraverso questa vicenda, raccontata da più personaggi tutti interpretati dallo stesso attore, sarà possibile interrogarsi sui grumi maleodoranti, sulle ferite infette, che affiorano da questa storia come liquami da una falda inquinata. Ad accogliere il pubblico, ospitarlo e condurlo di punto di vista in punto di vista, c’è infatti un solo interprete, il quale tenterà di portare avanti la storia, la sua storia, quella di un adolescente della provincia napoletana nella cui vita piomba inaspettatamente la grande cronaca, che ha il sapore della leggenda, di un film hollywoodiano.

Storia, cronaca, vita personale e biografia familiare tutte puntellate di nomi che all’epoca dei fatti non si potevano pronunciare ad alta voce, e che anche oggi, a distanza di quasi trent’anni, costa fatica far risuonare al centro di una scena. Per questo il protagonista, sarà continuamente interrotto dai fantasmi dei suoi co-starring partners, da una famiglia che non ama sentire il proprio nome sulla pubblica piazza. Eppure, faticosamente, andremo avanti fino all’epilogo, fino alla morte per tumore della zia complice e amica del boss, fino al ritorno di suo fratello, lo “zio americano”, che la casetta della vergogna la prende e la butta giù e ne ricostruisce un’altra, che a vederla sembra una versione in piccolo della White House. E allora al suo interno si farà una bella festa, per acclamare l’elezione di Bush junior alla Casa Bianca. In una strana alchimia della storia, era l’11 settembre del 1992 quando il boss era stato arrestato in una buca del pavimento di quella casa. Quell’altro di 11 settembre nessuno lo immagina ancora, ma il loro mondo era già crollato e, come in un dopoguerra che non finisce mai, ci voleva un po’ di America per ricostruirlo.

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Questo articolo è stato modificato il 04/11/2019 19:50

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