Attentato Isis, parla Francesca Totolo: “Quello che non ci dicono sull’Iraq”

Attentato esplosivo contro militari italiani in Iraq: cinque i feriti, di cui tre in gravi condizioni ma nessuno sarebbe in pericolo di vita. L’attentato, riferisce lo Stato maggiore della Difesa, è avvenuto in mattina quando un Ied, un ordigno esplosivo rudimentale, è detonato al passaggio di un team misto di Forze speciali italiane in Iraq. Il team stava svolgendo attività di addestramento in favore delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all’Isis. L’attentato è avvenuto intorno alle 11 locali, nella zona di Suleymania, nel Kurdistan iracheno. E inevitabilmente si è riacceso il dibattito intorno alla presenza dei militari italiani nel contesto iracheno. Ha senso o no mantenere una presenza in quella zona? Abbiamo girato la domanda a Francesca Totolo collaboratrice de Il Primato nazionale, esperta di scenari geopolitici, scrittrice e autrice del libro “Inferno spa” edito da Altaforte sul fenomeno migratorio e tutto ciò che vi ruota intorno.

Come stanno realmente oggi le cose in Iraq?

“C’è un detto e un non detto nella vicenda irachena. C’è innanzitutto l’America che cerca da anni di stabilizzare il territorio e che, con il contributo anche del contingente italiano, tenta di addestrare i militari dell’esercito iracheno con l’obiettivo di garantire e mantenere la sicurezza nell’area. Operazione però che finora si è rivelata fallimentare e questo perché la guerra all’Iraq è partita con il piede sbagliato”.

Perché?

Perché si è scatenata una guerra sulla base di motivazioni che in realtà si sono poi rivelate del tutto infondate. Le armi di distruzione di massa, che secondo gli Usa costituivano il pericoloso arsenale nucleare di Saddam Hussein, non sono state mai effettivamente rinvenute. Il risultato è stato quello di aver destabilizzato il Paese. Saddam, con tutti i suoi difetti, governava da anni con il tacito consenso della popolazione che, gioco forza, aveva accettato il suo regime e questo, nel bene o nel male, garantiva stabilità e sicurezza. Quando è stato abbattuto non è arrivata affatto la democrazia promessa dagli americani, ma è inevitabilmente scoppiata la guerra civile fra le varie etnie per il controllo del Paese con tutte le conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti in termini di attentati, perdite di vite umane ecc. Nonostante i tentativi fatti in tutti questi anni, la destabilizzazione non è mai rientrata. Questo attentato ci ha colpiti perché ha riguardato nostri connazionali, ma in realtà, come anche in Afghanistan, ce ne sono a ripetizione, almeno uno al mese contro i contingenti stranieri che operano in quelle zone”.

Quanto questa situazione ha agevolato e continua ad agevolare i terroristi dell’Isis?

Il tipo di attentato fatto contro i nostri militari sembrerebbe riconducibile alle azioni e alle modalità tipiche dell’Isis. A Mosul il Califfato era stato dichiarato sconfitto ma i suoi miliziani non sono tutti morti, continuano a vivere anche nascosti nelle case. Esistono delle cellule dormienti ancora più pericolose di quelle militarizzate, nel momento stesso in cui non c’è più un fronte di guerra aperto. La possibilità di attentati è sempre molto alta, forse anche più di quando c’era la guerra. Non dimentichiamo che l’Isis sta rialzando la testa in Siria anche grazie al recente attacco della Turchia contro i curdi nella zona di confine. Quella stessa Turchia che continua a sostenere l’azione dei cosiddetti ribelli moderati in realtà legati all’Isis. Questa del resto è la più grande operazione di disinformazione di massa. Si mandano avanti i ribelli moderati per nascondere il vero volto dell’opposizione al regime di Assad, che è invece principalmente guidata dai gruppi più radicali. Non dimentichiamo che molti dei miliziani Isis fatti prigionieri dai curdi, dopo l’intervento turco sono fuggiti anche verso l’Iraq. Siamo in un momento molto delicato della crisi mediorientale”.

Ha senso restare in Iraq?

Non ha mai avuto senso. Questa è stata una guerra come al solito voluta da altri alla quale noi siamo stati costretti a partecipare. Non siamo all’interno di una missione di pace visto che c’è stata un’aggressione da parte di potenze straniere contro uno Stato sovrano. Abbiamo schierato i nostri soldati in un teatro ad altissima pericolosità, nell’ambito di una missione che in realtà ha fallito il suo obiettivo visto che non sta affatto contribuendo a stabilizzare l’area e a garantire la sicurezza alla popolazione. La situazione, arrivati a questo punto, può soltanto degenerare”.

Trump aveva promesso il ritiro dalle varie missioni. Perché in Iraq ciò non sta avvenendo?

Il problema non è Trump che vuole uscire ma i tanti in America che vogliono restare. Mentre in Siria la presenza era molto silente ed è stato facile il ritiro, in Iraq è molto più attiva e operativa, con le azioni di addestramento militare alle quali partecipano anche i nostri militari. Un ritiro a breve lo vedo francamente molto difficile”.

Vede anche degli interessi dietro la permanenza in Iraq?

“Le guerre si fanno tutte per interesse, gli scopi umanitari sono soltanto un pretesto. Quell’area è ricchissima di risorse minerarie. Questo spiega anche perché per esempio in quella stessa area non si interviene in altri contesti lacerati da sanguinose guerre civili. Prendiamo su tutti il caso dello Yemen. Lì ci sono massacri di uomini, donne e bambini, molti neonati muoiono sterminati dalla fame, eppure la Nato non è mai intervenuta. Nessuno si preoccupa dei bambini yemeniti che muoiono come mosche ogni giorno, non se ne occupa l’Onu, non se ne occupa l’Occidente, nessuno sente il dovere di intervenire per porre dei paletti all’azione criminale dell’Arabia Saudita. Nello Yemen si rischia un vero e proprio genocidio e spiace vedere come i media si limitino a mostrare quelle poche immagini ogni tanto, in modo sporadico e senza mai dare l’idea della gravità di quanto realmente avviene”.

Questo articolo è stato modificato il 11/11/2019 12:53