Sardine: ecco chi sono e quale sarà il loro harakiri

Oggi sarà il grande giorno, il giorno delle Sardine. Sicuramente un successo numerico. Ma già da domani si capirà se il movimento nuota, decolla o muore, finendo nella bocca di un pesce più grande. Se sarà soltanto l’amplificatore di un disagio, senza mai strutturarsi, o il taxi di qualche nuovo giovane dirigente di sinistra.
In tanti, infatti, stanno mettendo, o tentano di mettere, il cappello a quest’onda.

Un dubbio sorge spontaneo: da irresistibile fenomeno mediatico, esattamente come le onde, resterà liquido? Dipende dalle risposte concrete che i Santori di turno, che stanno nascendo come funghi, inizieranno a dare.
Una cosa è certa: quando un fenomeno dal basso viene incensato dal potere (come accade ad esempio, a Greta), da Monti ai cardinali, da imprenditori a esponenti del mondo dello spettacolo, c’è qualcosa che non va, oppure, bene che vada, è partita, come sempre parte, una grande strategia di normalizzazione.

Ma andiamo per ordine. Passiamo le Sardine al setaccio.
Sono un mix di “modernità e tradizione”. Modernità, in quando il movimento per adesso ancora spontaneo, è pienamente dentro il perimetro del “partito informatico”: si mobilita, si muove usando i social, le piattaforme. La rete non è lo strumento di qualcosa che preesiste, idee, programmi, forme organizzate, ma la protagonista di qualcosa che semmai verrà dopo. Prima sono partite le convocazioni, prima sono partiti i liberi sfoghi, i sentimenti, le pulsioni; prima si sono contati in piazza; poi le forme, l’organizzazione, i programmi, verranno successivamente, in un secondo tempo.

Ma i contenuti? Vediamoli: il popolo delle Sardine è di fatto “conservatore”, supporta oggettivamente il politicamente corretto, è un movimento “conformista-democratico” (liberal, radical, progressista). E’ figlio della cultura ufficiale. Non è “contro” il sistema, non è “contro” il potere, ma è “per” i valori che il sistema, il potere, le attuali istituzioni, dovrebbero rappresentare, incarnare, promuovere, e che per i suoi capi e capetti, non rappresentano, incarnano più. Prova ne è che le Sardine combattono unicamente un’opposizione, Salvini, e non il governo giallorosso.

Da questo punto di vista, e solo da questo punto di vista, lo dicono già in molti, le Sardine chiedono una nuova partecipazione democratica alla vita pubblica, una migliore rappresentanza (e ciò è un bene oggettivo), un allargamento degli spazi di libertà, ma il tutto è orientato a muovere, a dare una nuova spinta, un nuovo ossigeno allo schema “destra-sinistra”. Ed è molto chiaro da che parte stanno.

E qui arriviamo alla “tradizione”. Se come metodologia d’azione sono attuali (social, liquidi), nella sostanza richiamano “la guerra civile italiana”, che fino agli anni Settanta si è declinata nella “guerra fredda”: fascismo, attualizzato nel “salvinismo” (populismo-sovranismo, confondendo pure i termini), “vs” antifascismo (nel nome della Costituzione, della libertà, del dialogo, dell’integrazione, dei diritti civili).
Cosa c’è di nuovo in questa eterna fonte di legittimazione che la sinistra usa ogni giorno e ha usato storicamente per attribuirsi la prerogativa di identificarsi col bene, il giusto, il progresso, l’etica, la morale, la democrazia, assegnando ai suoi avversari, il ruolo e la funzione di essere il passato, la dittatura, l’egoismo, il razzismo, l’omofobia?

Ultimo dato: “l’assolutismo democratico”, vecchio vulnus della sinistra. Il passaggio dall’idealismo all’integralismo. In una parola, il giacobinismo insito nel suo dna ideologico, che la porta ad essere intollerante, razzista, nei confronti di chi è per lei il male, di chi è individuato come il nemico. Stesso impianto dei girotondini, del popolo viola contro il “nemico Berlusconi”, per dare la scossa alla sinistra.

E’ proprio l’impegno contro “l’istigazione all’odio” (parole e comportamenti altrui), che va messo in discussione: non è il punto di forza delle Sardine, come gran parte degli osservatori sostengono, ritengono, ma il loro punto di debolezza, il loro limite. Una piazza contro l’odio che “odia” Salvini? E’ un palese controsenso.
Non sarebbe meglio ammettere che tutti i partiti, i movimenti, basano la loro comunicazione politica sull’asse “amico-nemico”? Sarebbe più onesto e corretto.

I leghisti considerano nemico il diverso, il delinquente, il migrante, Bruxelles. I grillini addirittura, hanno imposto una categoria religiosa, morale: popolo uguale bene, politici tutti, uguale casta e pertanto male, da tagliare (non solo economicamente, si pensi agli sprechi). La sinistra di ieri e di oggi, considera nemico il fascismo, il nazismo, il capitalismo, le disuguaglianze, l’autoritarismo (l’uomo solo al comando, l’uomo che chiede pieni poteri etc). Tutto legittimo, ma perché non si valuta questo aspetto a 360 gradi?
Il motivo è semplice: perché intellettuali, politici, storici impegnati, dovrebbero ammettere che la differenza non è tra odio e amore, tra egoismo e umanità, tra porti chiusi e porti aperti, ma tra un odio giusto e uno sbagliato, un nemico giusto e uno sbagliato. E per i soloni del politicamente e culturalmente corretto, i professionisti del bene e dell’umanità, i giusti, i perfetti, i disinfettati di mestiere, è inconcepibile.

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Questo articolo è stato modificato il 14/12/2019 9:43

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