Hammamet-Craxi. Chiedo scusa alla prima Repubblica. Ecco perché

Chiedo scusa alla prima Repubblica. Io che l’ho combattuta in piazza. Io che, nel nome della lotta alla corruzione, della moralizzazione della vita pubblica, del cambiamento della politica e di una nuova possibile alternativa al sistema, gioivo per il numero degli avvisi di garanzia che la magistratura accumulava nei confronti degli indagati (“bussolotto-Citaristi”).

Gioivo per il carcere preventivo, come condizione per far parlare i diretti interessati. Gioivo per la fine del monopolio democristiano e socialista. Pensando che dopo sarebbe accaduto anche ai comunisti.
Invece sono stato imbrogliato. Dopo tanti anni me ne sono convinto. Eravamo tutti, come generazione, noi che venivamo dagli anni Settanta, degli ingannati. Vittime e comparse di un gioco più grande di noi.

Ho visto il film Hammamet e mi sono ritrovato in tante cose, in tante riflessioni fatte da Bettino Craxi. Mi sono commosso pensando alla sua solitudine e al suo spessore: quelli che oggi vorrebbero rivalutarlo sono gli stessi che allora l’hanno distrutto, magari offrendogli un bel funerale di Stato. Uno spessore, quello del leader socialista, che al di là delle vicende giudiziarie, rende comunque molto più alti i politici della prima Repubblica, rispetto ai giullari, ai demagoghi e agli ignoranti della cosiddetta Terza Repubblica.

Ma andiamo per ordine. Ci sono sempre stati nella storia due filoni relativi alla legalità in politica. Il primo riguarda i partiti conservatori e liberal-conservatori occidentali, nati sotto l’insegna di “ordine e legalità”. Nel solco delle leggi e delle Costituzioni da rispettare e dell’ordine pubblico da garantire. Questa è stata pure la battaglia della destra italiana negli anni Settanta.

L’altro filone, invece, ha riguardato la sinistra, quando ha sentito l’esigenza di depurarsi dal neo-post-comunismo. E quando si è resa conto che il collante socialista o social-democratico, non faceva più presa presso l’elettorato. Sto parlando del giustizialismo, che unito al moralismo, tipico della superiorità morale ed etica della sinistra (e della sua cultura), diventa automaticamente e inesorabilmente giacobinismo. Un male antico che ha attraversato la storia politica: “Ti distruggo per definizione, in quanto nemico del popolo, in quanto nemico della libertà, in quanto nemico della democrazia, in quanto politico e quindi, corrotto per codice genetico e natura”.

Non è stato questo l’odio viscerale e pregiudiziale nei confronti di Berlusconi? Un odio ideologico a prescindere? E questo, ovviamente, al netto dei suoi errori, del fatto di aver imbastardito la destra italiana. Di averla spostata verso una deriva ultraliberista e individualista che lei, figlia del Welfare, della socialità, del primato della comunità nazionale e dell’economia mista, non ha mai avuto.
Non è stato questo il dna del giustizialismo di Tangentopoli, e successivamente, dei girotondini, del popolo viola e oggi di certa sinistra? Il loro filo-conduttore è stato ed è quello di ritenersi l’incarnazione religiosa del bene, dell’etica, della morale, della democrazia, della giustizia.

I 5Stelle (col loro lessico populista e qualunquista) hanno reiterato il giacobinismo (categoria morale: “alto-basso”, popolo contro casta), introducendo due elementi: l’onestà al potere e la nuova lotta di classe (individualista). L’onestà va ribadito, non è, e non deve essere, l’unico elemento distintivo della politica, ma una precondizione della politica. Poi, ci vuole obbligatoriamente la competenza. Altrimenti avremmo ladri competenti o onesti incompetenti (la nostra cronaca quotidiana). E non avremmo risolto nulla.

E sul moralismo popolare permettetemi di esprimere qualche riserva: molta deriva giustizialista (attualizzata nel taglio dei parlamentari, nella lotta agli sprechi, tutte battaglie legittime, ma che non vanno assolutizzate), parte solo dall’invidia sociale (il “perché non io?”), e non da reali esigenze di giustizia generale. Quella dei grillini è la continuazione della lotta di classe a livello individuale, senza il vecchio perimetro ideologico che ripartiva i cittadini in classi sociali collettive: borghesi contro proletari.

Detto questo, Craxi ha subìto il giustizialismo-forcaiolo da parte dei suoi avversari. Per tre ragioni. In Italia non è stato mai possibile percorrere la strada del riformismo (la terza via). Hanno sempre fatto comodo due strade formalmente opposte, ma sostanzialmente speculari (nel senso che da sempre si alimentano a vicenda): destra contro sinistra, Dc contro Pci – si pensi alla fine di Aldo Moro – padroni contro lavoratori, popolo contro casta. Categorie morali per una facile monetizzazione elettorale.

Chi hanno ucciso preferibilmente le Brigate rosse? Si sono accaniti sui padroni o sui riformatori (sindrome-Biagi)? Quelli che cambiano davvero le cose. I nemici erano funzionali alla loro esistenza e viceversa (la logica del potere). Medesima operazione riformatrice stava realizzando Craxi: stabilità e modernizzazione, peso internazionale dell’Italia (dignità nazionale) e riforma delle istituzioni (il presidenzialismo).

La corruzione c’era e ci sarà sempre. Perché il Pci non è stato toccato da Tangentopoli? Vogliamo parlare degli affari delle Coop? Dei soldi di Mosca, o specularmente, per la Dc, dei soldi Usa o di quasi tutti gli imprenditori italiani?
Semmai, andava fatta una legge per regolare ulteriormente il finanziamento pubblico (si stanno vedendo i danni del finanziamento privato). La risposta doveva essere in chiave politica, non giudiziaria. Tangentopoli ha inaugurato, infatti, la via giudiziaria alla politica. Il contrario dello Stato di diritto: sono colpevole salvo dimostrare che non lo sono.

Altra ragione “anti-Craxi”. Ha gestito, come Andreotti, una politica estera difforme dagli interessi Usa-Israele. Tangentopoli, tirando le somme, dietro la superficie della corruzione, in realtà ha demolito una classe politica ed economica (Eni, Iri, il nostro petrolchimico, i settori strategici fino all’agroalimentare), garante del capitalismo nazionale (l’Italia su questo era un modello importante e unico), e su rapporti preferenziali con i paesi arabi, che gli assertori del capitalismo multinazionale e apolide, e i continuisti degli equilibri internazionali (che ci volevano inchiodati all’eterna guerra fredda, ad essere eterni sudditi degli Usa), non potevano accettare.
Chi percorre questa terza via, come è noto muore: da Enrico Mattei in poi, fino a Berlusconi (il suo asse privilegiato con Gheddafi e Putin): vogliamo veramente credere che il Cavaliere sia stato disarcionato per le sue debolezze sessuali?
A Craxi gli Usa non hanno mai perdonato Sigonella. Noi dovevamo e dobbiamo (oggi con Trump molto meno) continuare ad essere una nazione a “sovranità limitata”. Questa è storia.

Insomma, un giorno Tangentopoli sarà ricordata per essere stato un grande complotto contro l’Italia.
Ma soprattutto un grande monito e insegnamento sulla cosiddetta anti-politica quando parte dall’alto. Mai fidarsi. La nuova puntata anti-casta è scattata dopo i libri di Stella e Rizzo (Corriere della sera-poteri forti), grazie ai quali si è ricreato nel paese un nuovo clima giustizialista, giacobino. Ma l’antipolitica gestita dall’alto, dobbiamo persuaderci, non mira mai a far rinascere una nuova e vera democrazia, incentrata sulla buona politica, ma al contrario, l’obiettivo ultimo è il commissariamento della politica, con l’arrivo dei tecnici, eterodiretti da Bruxelles.

Si chiama sindrome-Monti, e domani si potrebbe chiamare sindrome-Draghi.

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Questo articolo è stato modificato il 20/01/2020 11:18

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