De profundis grillino. Di Maio in peggio. Ecco cosa accade ora

Di Maio in peggio. E ora? Cosa succederà al Movimento? Si ripartirà in mille rivoli, di destra, di centro, di sinistra, di sotto, di sopra?

Le dimissioni del capo politico, da oggi senza cravatta, possono essere lette in tanti modi: da ultimo la paura di addossarsi pure la sicura sconfitta elettorale in Emilia-Romagna, o l’incapacità di gestire un soggetto politico in eterno dissidio tra grillismo di lotta e grillismo di governo. E molto altro.
Certamente una riflessione sostanziale sui 5Stelle va fatta. E’ vero che ogni morte può significare anche rinascita, ma i nemici interni di Luigi non devono, né possono esultare.

L’agonia pentastellata si può rappresentare plasticamente. Un anno fa, in Italia si stava costruendo un nuovo bipolarismo basato su schemi alternativi alla vecchia politica: un “polo populista, sovranista”, dentro la categoria “alto-basso”, popoli contro caste, identità storiche, culturali, religiose dei popoli, contro globalizzazione; sovranità contro economie finanziarie multinazionali.

Un polo “populista-sovranista” contrapposto al “polo liberal, radical”, formato di fatto da Forza Italia e Pd, molto più vicini su temi come l’economia, la giustizia, la Ue, i diritti civili. Il Conte-1 stava tentando di varare una nuova politica statuale, fondata su un nuovo Welfare (il reddito di cittadinanza, quota 100 etc), una nuova idea di pubblico, dopo decenni di privatizzazioni e deregulation, e su una nuova strategia industriale italiana: basti pensare al dopo ponte-Morandi, quando il premier convocò a Palazzo Chigi tutte le partecipate statali che avrebbero dovuto ruotare intorno alla Cassa Depositi e Prestiti, nel nome e nel segno di un’idea alternativa di Italia.

Le cose sono andate come sappiamo e inesorabilmente il Conte-2 ha sancito il ritorno al vecchio schema: “Centro-destra contro centro-sinistra”. Uno schema, però, lievemente modificato. Un centro-destra non più a guida forzista, dati gli odierni numeri azzurri, quindi, senza più collante liberista, ma a guida sovranista, e un centro-sinistra, a guida Pd, con un posto per i grillini solo da “scapigliati”, condannati a definirsi “neo-riformisti” (in omaggio al modello anglosassone che impone ovunque liberali a destra e laburisti a sinistra). E, come se non bastasse, un centro in via di formazione con tanti contendenti: Renzi, Calenda, Conte e lo stesso Berlusconi (con la sua Altra Italia).

Il quadro spiega tutto. Spiega le ragioni di un’involuzione grillina a 360 gradi. Un’involuzione gestita, guidata e in parte subita da Di Maio: il governo giallorosso è stata una forzatura di Grillo.
A proposito, il comico-guru cosa farà ora? Un’altra pacca a di Maio o penserà ad una ripartenza?

E poi, c’è un irrisolto tema strutturale. Un partito che somma tutte le contestazioni al sistema (nel quadro alto-basso), anti-Vax, anti Tav etc, anti-tutto, può esprimere una sintesi governativa e legislativa? La governabilità coerente nasce solo dall’omogeneità culturale: autentica chimera per i grillini che hanno pescato elettoralmente a destra e a sinistra, unendo il giustizialismo di destra e il moralismo di sinistra.
Questa dualità è stata, ed è, il vulnus dei 5Stelle.

Un movimento troppo interno ad una realtà, a una bolla mediatica, che ha condotto milioni di persone a ritenersi cittadini di una piattaforma informatica, di una Repubblica mediatica, che non c’entra nulla con la Repubblica vera, costituzionale, con le dinamiche parlamentari e le maggioranze che si formano e disfano in Aula.
E prima o poi sarebbe successo: un bagno di realtà. E lo stesso Di Maio lo aveva capito (lo confessò a chi scrive): o conquistiamo la maggioranza e governiamo da soli, o ci contaminiamo e andiamo in crisi. Infatti, i 5stelle non hanno mai ottenuto la maggioranza e si sono contaminati.

Il “contratto” è stato un tentativo maldestro di conciliare capra e cavoli, mantenendo fissa l’identità rivoluzionaria e le esigenze istituzionali (un flop). E l’ipotesi riformista col Pd un altro fallimento. La politica reale, in Parlamento, è mediazione e complessità. Un argomento tabù per i grillini (al netto della loro comunicazione barricadera e trionfalistica).
Il matrimonio con la Lega li stava consumando, quello con il Pd li uccide.
Adesso si apre un’altra partita (con conseguenze sicure per Palazzo Chigi). Di Maio non ha lasciato il suo posto di ministro: questa può essere la sua indicazione. Non solo amministrativa, ma soprattutto politica per i suoi. E per i posteri.

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Questo articolo è stato modificato il 23/01/2020 9:56

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