Governo. Parla Capone (Ugl): “Siamo passati dalla mancia all’elemosina”

Lo Speciale ha intervistato il segretario generale dell’Ugl (Unione generale del Lavoro) Francesco Paolo Capone che nei giorni scorsi ha presentato il nuovo logo del sindacato. La presentazione è avvenuta in occasione del 70° anniversario della nascita dell’organizzazione. Un logo che rappresenta una multiformità di colori, simbolo di un mondo del lavoro in perenne trasformazione. Con il segretario abbiamo anche parlato della situazione economica dell’Italia, dello stato di salute dell’occupazione e delle future sfide che attendono il sindacato ad ogni livello.

Partiamo dalla situazione generale, ovvero dalla politica economica del governo Conte 2. Qual è la posizione dell’Ugl?

“La politica economica di questo governo è tutta da bocciare. Prevede una crescita che va dallo 0,2 allo 0,3 % quindi appare evidente che miri soltanto a tirare a campare, senza intervenire sulle leve effettive che producono sviluppo per il Paese”.

Cosa manca soprattutto?

Manca completamente una seria politica degli investimenti che è la voce più importante. Poi, se gli ottanta euro di Renzi in busta paga erano una mancia elettorale, il bonus di venti euro previsto dall’attuale governo con il taglio del cuneo fiscale è una vera e propria elemosina. Una somma del tutto inutile a rilanciare i consumi e a far ripartire l’economia reale”.

Dal punto di vista occupazionale invece? C’è da piangere anche qui?

La situazione dell’occupazione in Italia in realtà è migliorata, ma già da maggio dello scorso anno. Abbiamo diminuito il numero dei disoccupati portandoli al di sotto del 10% come certificato dall’Istat, e abbiamo un aumento degli occupati del 59%. Sotto il 10% non ci stavamo dal periodo precedente allo scoppio della crisi economica nel 2008, mentre per ciò che riguarda l’aumento degli occupati, un tasso così importante non lo si vedeva dagli anni settanta. Il dato è molto significativo, anche se poi di fatto restiamo con un’economia stagnante”.

Perché?

Perché, malgrado l’aumento degli occupati, sono diminuite le ore lavorative e sono calati i redditi medi. Ciò che manca a questo governo è una seria politica industriale. Mi riferisco in particolare ad Alitalia come asset strategico industriale, all’Ilva e a tante altre aziende che sono sul tavolo di crisi del Ministero dello Sviluppo economico. Non si vedono prospettive concrete di uscita dalle crisi in atto. Avevamo un’attività manifatturiera con un’alta redditività per i lavoratori. Oggi invece i nuovi occupati lavorano principalmente con contratti part time soprattutto nel settore del commercio e del turismo dove i redditi sono molto più bassi. Questo non fa che impoverire il Paese”.

Come se ne esce?

“Noi proponiamo un taglio del cuneo fiscale, ma non di venti euro che non serve a nulla: un taglio molto più consistente, magari concentrato in un mese specifico dell’anno, come quello di settembre per esempio, in cui riparte la scuola e le famiglie hanno maggiori spese da sostenere. Una somma che avrebbe davvero un forte significato. Proposta che avevamo avanzato al precedente governo, che in verità stava lavorando su un’ipotesi del genere. Poi è caduto e ci siamo ritrovati con i venti euro di elemosina”.

La scorsa settimana avete presentato il nuovo logo dell’Ugl. Perché questa novità grafica? Cosa vuole rappresentare?

“Si tratta di un passaggio importante che vuole testimoniare la volontà del nostro sindacato di cambiare insieme al lavoro. Cambia il lavoro e cambiamo anche noi. Dobbiamo adeguare la capacità di incidere del sindacato sia in ambito politico che nel saper ascoltare  i lavoratori e comunicare con loro. La fabbrica, che un tempo era il luogo simbolo dove si poteva raggiungere il lavoratore, oggi non c’è più o c’è sempre di meno. Oggi è cresciuto a dismisura il numero delle partite-Iva che nascondono in realtà rapporti di lavoro subordinato, sono aumentati  i precari con contratti a tempo determinato il cui rinnovo non è sempre automatico ma legato alle esigenze delle aziende, condannando il lavoratore ad uno stato di perenne instabilità. Tutto ciò poi produce ricadute anche sul piano previdenziale dove inevitabilmente si riflette la stessa precarietà. Circa sette milioni e mezzo di persone lavorano in aziende che hanno da zero a nove dipendenti e non hanno mai visto un sindacalista in vita loro. Il nostro obiettivo è quello di aprirci a questi nuovi mondi e realtà, intercettando tutti i loro bisogni. Vogliamo che a tutti sia garantito un lavoro dignitoso ma anche una previdenza certa ed adeguata”.

Nell’epoca del populismo e della lotta di classe individuale, hanno ancora un senso i sindacati tradizionali?

“Fra i sindacati tradizionali noi dell’Ugl siamo sicuramente i più anomali. Abbiamo sempre dichiarato che la lotta di classe non è uno strumento di democrazia economica, e lo dicevamo già nel 1950 quando siamo nati come Cisnal. Nel nostro statuto fondativo al posto della lotta di classe c’ è la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, ovvero la collaborazione fra categorie che contribuiscono a creare lavoro e benessere, il capitale da una parte, i lavoratori dall’altra. Oggi tutti gli altri sindacati, seppur sottotono, sono arrivati a concludere che la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese potrebbe essere una soluzione. Anche la Costituzione italiana all’articolo 46 prevede questa partecipazione all’interno di regole stabilite e concertate. Articolo che però non è stato mai applicato nel nostro Paese. C’è sempre più spazio oggi per quelle organizzazioni sindacali che hanno la capacità di sapersi mettere in gioco. C’è sicuramente meno posto per quelle statiche e più conservatrici. L’Ugl da questo punto di vista può considerarsi rivoluzionaria e il nuovo logo sta proprio a testimoniare la nostra volontà di stare sempre in movimento”.

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Questo articolo è stato modificato il 23/01/2020 11:09

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