Centro-destra. Salvini deve scegliere: o la sua Lega o quella di Giorgetti

Ma dove sta andando la Lega? Dalla botta emiliana dentro il partito si stanno consumando giochi incrociati e vendette trasversali.

In ballo, ovviamente, c’è la linea politica, ma anche e soprattutto la leadership di Matteo Salvini. Che sta iniziando a scricchiolare (si pensi ai sondaggi). Le domande sono note e di scuola: ha senso continuare con la radicalizzazione dello scontro (sovranisti-globalisti), quando la Calabria ha dimostrato che il centro-destra vince se tutte le componenti, a partire da quella moderata centrista, espressa da Fi e altri, sono ugualmente rappresentate? Ha senso spingere soltanto l’acceleratore su immigrazione, sicurezza, quando la gente comincia a preferire argomenti tipo l’economia? Come mai nelle città Salvini non fa breccia (come prima faceva breccia Berlusconi), aumentando unicamente nelle periferie e in provincia?

Salvini che farà? Insisterà sul medesimo format o diventerà più inclusivo e moderato? Da tempo, infatti, i blocchi interni di potere si stanno confrontando a suon di sgambetti e dispetti, interviste provocatorie e piccoli colpi di mano, tanto per mettere in difficoltà il Capitano. Quando le cose vanno bene, viene ridimensionato, quando vanno male, viene consigliato.

Si chiama cucina a fuoco lento. Da un lato, lo staff di fedelissimi, i suoi luogotenenti, radicalmente sovranisti, anti-euro, che lo invitano a continuare sulla strada che l’ha portato dal 17% al 30%; dall’altro, il fronte moderato-identitario del Nord, nostalgico della Padania libera, fonte di tutte le entrate economiche, e della gran parte di tessere, guidato dai governatori (da Zaia a Fontana). In mezzo, i peones, pronti a schierarsi col vincitore di turno. E la classe politica meridionale raccogliticcia, saltata sul carro del vincitore.

Salvini riuscirà vita-natural-durante a conciliare le varie anime?
Stiamo parlando in primis, di Giorgetti (amico dei poteri forti, del Quirinale) e del suo potere di interdizione. L’intervista al Corriere della sera è stata emblematica.
“Dall’euro non vogliamo uscire, dobbiamo dialogare con l’Europa che grazie a noi ha capito che non può lasciarci soli, i migranti vanno redistribuiti, io sto meglio a Londra che a Mosca, io sono il responsabile degli Esteri, quando dico che non usciamo né dall’Europa, né dall’euro, dico che non usciamo (riletto in controluce, Borghi e Bagnai, non contano, ndr)”.

Finora Salvini si è sempre salvato. La sua strategia è stata “un colpo al cerchio e uno alla botte”, ossia la vampirizzazione delle idee altrui. Ha metabolizzato e svuotato quelle di Casa Pound (sovranità monetaria, primato degli italiani, nuovo Welfare etc), quelle del Family Day (il primato della vita, della famiglia naturale, la lotta alla droga etc), e dai segnali che si registrano ora, la sua bussola tende al centro, una sorta di Dc2.0, con dentro tutto e il contrario di tutto: europeisti e antieuropeisti, liberisti e sociali, cattolici e laici. Lo spostamento verso i moderati comporta questo annacquamento, pure a costo di sbiadire l’energia virulenta del sovranismo.

Ma c’è un tema: la governabilità coerente nasce dall’omogeneità culturale. E come si fa? D’accordo con l’esigenza di andare al governo e impedire che l’area centrista venga totalmente occupata da Berlusconi (e da Renzi, Calenda e Conte); d’accordo con la vocazione maggioritaria, ma c’è il rischio che poi Salvini perda quei consensi più estremi che lo hanno accompagnato, facendolo crescere esponenzialmente.
Una cosa è certa: non è con gli aggiustamenti mediatico-sovranisti anti-Giorgetti (“se l’Europa non cambia, ce ne andiamo, facciamo anche noi un Italexit”), che si salvano capra e cavoli. Ma con una scelta definitiva.

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Questo articolo è stato modificato il 17/02/2020 12:40

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