Responsabili. Renzi e Conte si sono incastrati da soli. Ecco perché

Un tempo li chiamavano “responsabili”, adesso “democratici”. Le transumanze politiche lasciano sempre in bocca un sapore agrodolce: c’è chi li chiama poltronisti, chi utili idioti, chi trasformisti, chi patrioti, chi amanti della stabilità, chi parlamentari che interpretano alla lettera la Costituzione, sull’assenza di vincolo di mandato.

Ossia, il deputato o il senatore, una volta che viene eletto, rappresenta unicamente il popolo-sovrano e la Repubblica, non solo il suo partito. E non a caso è proprio su questo tema che si basa il dibattito cruento tra garantisti e giustizialisti alla grillina. Ossia, tra chi sostiene le dimissioni di un parlamentare che non si riconosce nella sua segreteria o nel suo capo gruppo e se ne va, si sposta, e chi invece, difende, legittima, tale posizione.
Quello che emerge è lo scontro tra due visioni inconciliabili di democrazia rappresentativa: i “partiti-persona”, guidati dal leader assoluto, partiti verticistici, incompatibili con la libertà interna e i “partiti-struttura”, che mediano tra leadership e collegialità. Nel primo caso, quando uno se ne va viene considerato un traditore, nel secondo, è lui a considerare cambiato, degenerato, il suo partito di appartenenza.

Ma come la mettiamo con i “sostituti di Renzi”? E da un po’ che a Palazzo si cerca di evitare i continui ricatti di Italia viva. La frase sfuggita a Casalino, portavoce del premier, è estremamente significativa: “Faremo un Conte-ter e Renzi rimarrà fregato”.
E’ ovvio che il premier non può continuare a farsi usurare dal consumato mestierante che risponde al nome di Renzi, ma è anche vero che non ci sono i numeri per garantirsi una vera stabilità (al Senato).

Renzi e Conte si sono incastrati da soli. Il primo è costretto a smarcarsi per monetizzare un consenso che in questo momento non supera la soglia di sbarramento del nuovo sistema elettorale. Il secondo non può programmare nulla, se quotidianamente appeso agli umori di Iv (tasse, prescrizione).
E la sindrome-stai sereno-Letta è tornata di moda. Scontato quindi, che i luogotenenti giallorossi si siano attivati per correre ai ripari.
Togliendo i renziani, occorre un numero sufficiente di altri senatori che possa rimpiazzarli. E si sta pescando nel gruppo misto, tra i delusi grillini, le autonomie e addirittura tentando di spaccare proprio loro. Certamente delusi dalle iniziali aspettative che ne hanno determinato l’uscita dal Pd. E’ noto che le premesse fondative del nuovo partito erano altre.

Conte è il regista dell’operazione-democratici. In cambio, viste le perturbazioni interne ai grillini, divisi in tre (i collaborazionisti col pd, gli identitari-autonomisti, e i nostalgici del governo gialloverde), guarda con maggiore insistenza ai dem (sono di fatto la sua stampella). Unica possibilità per rilanciare quel riformismo, quel nuovo umanesimo, cifra inziale del suo governo.

In cambio Zingaretti, l’ha già battezzato “nuovo Prodi”. Il disegno ricorda molto l’Ulivo del 1996. Una sinistra che si estende al centro cristiano, moderato, liberale, riformatore, e ottiene la maggioranza del paese. In questo modo, Zingaretti svuoterebbe l’area che vuole occupare Renzi, spostandolo a destra, e spingerebbe lo stesso Conte a varare velocemente un suo soggetto politico.
Se son rose (s)fioriranno.

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Questo articolo è stato modificato il 17/02/2020 12:30

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