Renzi, il fantasma di Segni e i “due governi” che piacciono solo a Salvini

Renzi ha scelto Porta a Porta per veicolare la sua nuova strategia. Il motivo, logico e scontato. Il salotto di Bruno Vespa, la terza Camera dello Stato, è un palcoscenico paludato, felpato, lento. Ieri, infatti, troppe parole e troppa fuffa (gli interlocutori di Matteo, da Mieli a Cusenza, eccessivamente blandi e rispettosi). Altrimenti, in un altro panel, l’uomo sarebbe stato incalzato, pressato, messo alle strette.

Ieri la sua narrazione è apparsa confusa, caotica, generica. Come è stato detto più volte, “ha lanciato la palla in tribuna”, evitando la realtà.
E qual è la realtà di Renzi? Deve conciliare capra e cavoli, capra “visibilità” e cavoli di Italia viva.

Non può andare subito alle urne, perché sarebbe prematuramente contato. Il suo partito oscilla ancora tra il 4 e il 5%, una percentuale ben al di sotto delle sue aspettative. La giustizia ad orologeria che immediatamente è scattata quando ha guidato la scissione, lo ha azzoppato. Potrebbe accontentarsi di fare l’ago della bilancia centrista in un eventuale nuovo scenario politico, ma teme che i numeri delle urne siano ancora più negativi (e lui ci tiene alle nomine, alle cariche). Intanto, farà le prove tecniche alle prossime regionali e poi si vedrà.

E in qualsiasi caso ha il problema di tenere compatta una squadra di fan, tifosi e uomini fedeli alla sua persona che lo hanno seguìto, lasciando il Pd. Pattuglia molto più forte di quella che sicuramente sarà eletta dopo il taglio dei parlamentari e la riforma del sistema elettorale (qualcuno già si sarebbe pentito).
E allora la visibilità è la condizione necessaria per crescere nei consensi. In tale modo vanno lette le battaglie che si accinge a fare, dalla giustizia, alla prescrizione, dall’abolizione del reddito di cittadinanza, all’economia in genere. Tutte bombe, tutte spine nel fianco mirate a indebolire il Conte2, e a ricattare la maggioranza giallorossa. Spine nel fianco che Renzi chiama “coerenza”, “battaglie ideali”.

E qui veniamo al secondo passaggio. Crescere e rafforzarsi impone il distinguersi quotidianamente dai suoi alleati, alleati che non possono essere cucinati a fuoco lento e che legittimamente stanno cercando di sostituirlo con i cosiddetti responsabili. Ricorrendo pure a controstrategie degne di nota: la corsa a occupare il centro, la versione aggiornata dell’Ulivo (Conte come Prodi).
Non è una novità che Conte, Zingaretti e Di Maio non lo sopportino più.
E come fare per conciliare la continua distinzione con gli interessi di Italia viva? L’immagine del bullo, del rissoso dal carattere impossibile, leader divisivo, sinonimo di instabilità, non può pagare.
E allora si è inventato il colpo di genio: il premierato, il sindaco d’Italia, una vecchia e consumata idea di Mariotto Segni.
Un trucco per crescere nei consensi e allungare il brodo dei suoi parlamentari, ossessionati dalla certezza di restare a casa.

Una stagione riformatrice, un doppio binario che possa contemplare due governi: o ancora Conte, con l’attuale maggioranza giallorossa, affiancato da un patto costituzionale con tutti (un Nazareno3.0, Verdini gongola), o un nuovo governo tecnico, di scopo, istituzionale, alla Maccanico, che avvii l’elezione diretta del presidente del Consiglio, faccia le cose importanti, attraversi il referendum sul taglio dei parlamentari, ridisegni i collegi e in autunno o in primavera prossimi, porti al voto.

Un espediente però, che non regge. Primo, perché nessuno ha abboccato all’amo: Conte ha ribadito la priorità del suo cronoprogramma; Zingaretti ha parlato di chiacchiericcio, Meloni e Berlusconi hanno detto chiaramente di no.
Un’ipotesi di lavoro, quella del premierato, assolutamente di scuola. Non si vede perché un parlamento di transizione (in attesa di essere asciugato dalla riduzione del numero di senatori e deputati), col clima che c’è (di attesa, di paura di andare al voto per non far vincere Salvini, di difesa ad oltranza delle poltrone), possa concepire un lavoro così solido che presuppone serenità e stabilità della legislatura.
E inoltre, ci sarebbero tanti passaggi: incentrati su chi nomina e revoca i ministri, la mozione di sfiducia, la ridefinizione e il ridimensionamento dei poteri del capo dello Stato.

Insomma, un enorme palliativo, un mega fumo negli occhi. Che va a sbattere con l’altra proposta quasi contigua, l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Di solito, i politici quando non hanno meglio da fare, allargano pericolosamente il tiro.
L’unico che non si è esplicitamente pronunciato è stato proprio Salvini, che in questo momento, ha una strategia simile a quella di Renzi. Li unisce l’obiettivo: la visibilità e consumare Conte. E potrebbero incontrarsi a metà strada: andare al voto tra un anno.

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Questo articolo è stato modificato il 20/02/2020 10:13

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