Covid, parla l’esperto Giulio Tarro: “Cosa non mi torna. I morti e il lockdown”

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Nelle prossime ore si conosceranno i contenuti del nuovo Dpcm che il governo sta predisponendo con misure più restrittive legate all’esigenza di contenere l’aumento dei contagi da Covid-19. Non c’è accordo con le Regioni, con le quali si sta trattando ad oltranza. Intanto in tutta Europa si sta affermando la politica del lockdown con i vari Paesi che si stanno organizzando con misure sempre più stringenti, creando ovunque malcontento fra la popolazione e le categorie colpite dai provvedimenti. Lo Speciale ha sentito il parere del professor Giulio Tarro allievo di Alber Sabin e proclamato miglior virologo dell’anno nel 2018 dall’Associazione internazionale dei migliori professionisti del mondo (IAOTP).

Due giorni fa c’è stata la conferenza stampa dell’Istituto superiore di sanità, nel corso della quale il presidente Silvio Brusaferro ha chiesto interventi più drastici di fronte ad una situiazione ogni giorno di più fuori controllo e che potrebbe aggravarsi di ora in ora. Il lockdown sembra ormai inevitabile. Ma la situazione è davvero così drammatica?

“Francamente facendo le percentuali dei dati rispetto a marzo, non vedo questa situazione allarmante che ci viene rappresentata ogni giorno. C’è stato un consistente aumento del numero dei tamponi che ha portato ad individuare un numero molto elevato di positivi, molti dei quali però non sono malati, quindi non contagiano. A questo aumento dei tamponi va poi rapportato il numero di vittime che può considerarsi fisiologico e in linea con quella che è la media della mortalità, anche se mi rendo conto che parlare in questi termini è spiacevole. Ma dobbiamo stare ai numeri e la situazione attuale è molto diversa da quella della primavera scorsa, quando avevamo raggiunto un tasso di mortalità superiore di oltre venti volte il livello della letalità. In più stavolta siamo in linea con il resto d’Europa e non siamo più il Paese dove si muore di più che altrove”.

C’è chi dice che il Covid si stia oggi manifestando con minore virulenza rispetto a marzo e aprile. E’ davvero così?

“Certo, ma soprattutto oggi sappiamo quello che dobbiamo fare e non ci troviamo più impreparati come allora. O almeno così dovrebbe essere”.

Come spiega il fatto che le zone maggiormente colpite nella prima ondata, vedi la provincia di Bergamo, oggi presentino una situazione di rischio molto minore rispetto ad altre zone che invece non avevano sofferto in precedenza?

“Perché le zone più colpite a marzo, hanno sviluppato l’immunità di gregge, quindi sono più immunizzate rispetto alle altre che avendo avuto pochi casi prima, non hanno sviluppato alcuna immunità e oggi ne stanno risentendo”.

Lei è un sostenitore dell’immunità di gregge, ma in Europa sta prendendo piede la politica del lockdown, ovvero le chiusure volte ad impedire al virus di circolare. Lei si sente ancora di dire che Francia, Germania, Italia e altri Paesi che adottano le restrizioni stanno sbagliando?

“Mi sembra che gli altri Paesi europei stiano  procedendo con misure selettive, non con lockdown totali come si propone qui in Italia. Da noi hanno chiuso le palestre e le piscine che in realtà destano minore preoccupazione. Stiamo procedendo senza un criterio coerente e scientificamente attendibile. Per non parlare dei ristoranti, chiusi dopo una certa ora ma aperti in un’altra. Come se il Covid colpisse soltanto di sera. Poi vedi i mezzi pubblici stracolmi di persone oltre l’inverosimile e ti senti dire che lì il problema non c’è”.

Quindi chiudere le città, i quartieri, istituire il coprifuoco la sera, sono tutte misure senza senso?

“Io sono per il modello svedese, lasciare tutto aperto e far circolare il virus per immunizzare il maggior numero di persone. Ovviamente proteggendo le categorie più a rischio, ovvero gli anziani. Anche perché curare i giovani non è oggi un problema con un’adeguata terapia farmacologica, con associazione di farmaci anti malarici e antibiotici, cortisone ed eparina. Tutto poi dipende dall’intensità della malattia”.

Mascherina obbligatoria, distanziamento sociale, igiene delle mani, per mesi ci hanno ripetuto che soltanto così potevamo stare al sicuro. Poi scopriamo che tante persone, pur rispettando scrupolosamente le regole, si sono infettate comunque. Quindi?

“Quindi vuol dire che queste misure servono a poco, e che quello che si doveva fare davvero non si è fatto. Per esempio sarebbe stato utile chiudere le frontiere e limitare al massimo gli spostamenti durante il periodo delle vacanze, oltre che evitare l’afflusso di persone dall’Africa. I focolai maggiori durante l’estate si sono registrati nei centri di accoglienza degli immigrati o nelle comunità di stranieri, come il caso di Mondragone, con le persone rientrate dai Paesi di origine dove il virus stava circolando di più. Ma se diciamo questo ci accusano di essere razzisti”.

Vi accusano di negazionismo e di aver sottovalutato il rischio della seconda ondata dicendo in estate che il Covid era finito e che sarebbe tornato in misura molto ridotta. Come risponde?

“Se oggi siamo a questo punto non è perché noi abbiamo detto che la seconda ondata non ci sarebbe stata, ma perché chi doveva scongiurarla non lo ha fatto. Io ho sempre scritto, non detto ma scritto, che bisognava considerare un possibile ritorno del Covid, come un’influenza stagionale che avrebbe trovato meno spazio grazie alla formazione degli anticorpi fra la popolazione. Ho sempre scritto che si sarebbe ripresentato in forma localizzata ed è ciò che sta avvenendo, se si parla oggi di isolare soltanto alcune città e non altre. In Africa, un continente giovane rispetto a tutti gli altri, la circolazione della famiglia dei betacoronavirus con le zoonosi ha fatto sì che si formassero soltanto dei focolai localizzati e non una epidemia su vasta scala. Fossimo stati questa estate più attenti alle frontiere si sarebbe tranquillamente evitato il problema anche da noi”.

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