Sanremo, direttore, Croce e fiori. La dittatura del politicamente corretto

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La follia formale (anzi, formalistica) del “politicamente corretto” sta assumendo forme talmente totalitarie che se non fosse un segnale pericoloso, sarebbe soltanto, come in effetti è, un giochetto ridicolo, comico, grottesco.

Il risultato purtroppo, non da oggi, è un conformismo terrificante, un timore continuo di sbagliare parole, atteggiamenti, posture, vestiti; di essere sottoposti al giudizio del Tribunale della Santa Inquisizione del Pensiero unico radical e liberal. Un’angoscia che si traduce inesorabilmente in un modo di vivere e di comunicare, asettico, neutro, disinfettato, castrante. Dalle relazioni politiche a quelle professionali e sentimentali.

Sanremo come noto, è l’autobiografia della nazione. E anche questa volta, pur nelle diverse condizioni tecniche, manifestazione da remoto, dovuta alla pandemia, non ha fatto mancare le sue polemiche e le sue paranoie.
Fiori anche agli uomini, il segno della Croce di Amadeus e la questione legata alla direttrice o direttore d’orchestra, sono stati i punti di non ritorno di un impazzimento generale che non può più essere giustificato dalla mera esigenza di fare spettacolo, notizia, di diventare celebri, importanti.

Cominciamo con Amadeus. La prima serata non era ancora finita e subito il caos… ideologico. Il segno della Croce, fatto in favore di telecamere, che ha indignato atei e islamici. Cosa hanno detto? Quali alte motivazioni addotte?
Il primo a tuonare è stato il segretario nazionale dell’Uaar, l’Unione atei agnostici-razionalisti. Roberto Grendene all’Adnkronos non si è risparmiato: “Il gesto di Amadeus si incastra perfettamente in una tv pubblica orientata a promuovere il cattolicesimo e spendendo soldi pubblici per farlo. Diverso è se fosse stato un gesto un po’ scaramantico, come i giocatori di calcio quando entrano in campo”.
Meno duro, ma comunque critico, Foad Aodi, presidente Co-Mai, Comunità del mondo Arabo in Italia che, sempre all’Adnkronos, ha parlato di un gesto poco spontaneo da parte di chi, come Amadeus, conosce bene il mondo della televisione: “Non mi sento di dire che Amadeus ha sbagliato, rispettiamo ogni gesto individuale che viene dal profondo del proprio credo, però, a meno che non si sia trattato di un gesto spontaneo, lavorando in una televisione pubblica e sapendo che si parla anche a una platea di laici, atei, ebrei, musulmani, forse avrebbe dovuto tenerne conto”.

Al di là della possibilità che i diretti interessati siano soltanto personaggi in cerca di visibilità, sono i concetti usati che inquietano. L’Italia dovrebbe essere (e non lo crediamo) a maggioranza ancora cattolica. C’è la sede del papato. La religione cattolica non è solo una scelta di fede, ma parte integrante e costitutiva della nostra identità storica e culturale. Fa specie che i progressisti che rispettano, tutelano ogni diversità (perfino sessuale), considerino il segno della Croce, non come un atto di libertà, ma come un’imposizione confessionale e medioevale. Come dire, si può essere credenti, ma unicamente in Chiesa, dentro casa, on line (in pandemia), o al massimo sul campo di calcio, come segno scaramantico. Complimenti. E che dire degli esponenti delle altre religioni? Per rispettare tutti bisogna annullarsi?

Dispiace che Amadeus abbia dovuto addirittura giustificarsi: “Il mio non era un gesto premeditato. Non era pensato né studiato, l’ho fatto in una maniera naturale senza ostentare né mancare di rispetto a chi ha un’altra religione, vedendo il palco per la prima volta”.

Continuiamo con la Venezi. Emblematica la reazione della Boldrini, espressione dell’“intolleranza dei tolleranti”: “La Venezi rifletta sui sacrifici delle donne”. E su cosa avrebbe dovuto riflettere? Di quale colpa si è macchiata la musicista? Reato di mestiere: “Io direttrice d’orchestra? No, meglio direttore”, ha precisato rispondendo a una battuta del conduttore. La frase ha fatto il giro dei social, raccogliendo irritazione e consensi. Venezi non è nuova a prese di posizione sul suo personale concetto di femminilità. Stiamo parlando, della neo-lingua che si vuole imporre e che sta diventando un mantra: la direttrice, la sindaca, “la definizione delle donne della Treccani è sessista”, il cognome delle mogli al posto dei mariti, l’aborto come maternità responsabile, la donna che presta l’utero in affitto, maternità solidale e sociale, Satana diversamente buono etc.

E per finire i fiori (il simbolo della kermesse musicale): perché solo alle donne? Non sia mai. Dare i fiori alle donne non è più gentilezza, rispetto, ma un modello superato che le ricaccia in casa, mentre le donne sono come gli uomini. Giusto. E allora fiori pure agli uomini. Ha fatto bene Fiorello: “Ma cos’è questa storia che i fiori si danno solo ai maschi? Parità di genere”, sentenzia mentre porge il mazzolino d’ordinanza a Mihajlovic che a sua volta lo passa a Ibrahimovic, immortalato nei suoi due metri di stazza non esattamente a suo agio mentre stringe il bouquet.
Così si fa. La disobbedienza e contestazione più efficaci al totalitarismo del politicamente corretto è l’ironia. “Seppelliteli con una risata”, dicevano proprio i sinistri negli anni Settanta. Ora tocca a loro.

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