Amedeo di Savoia. Vi spiego il suo messaggio politico. Che pochi conoscono

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Adesso in tanti scriveranno del Duca d’Aosta. Evidenzieranno giustamente un aspetto piuttosto che l’altro. E anche lui, come tutti, finirà nel novero della disordinata percezione individuale e del racconto collettivo che non sfugge mai alle interpretazioni di parte.
Io cercherò, per quello che posso, di parlare di S.A.R oggettivamente: per come l’ho conosciuto e per ciò che ci siamo detti e dati durante i nostri incontri.

Partirò dal primo e dall’ultimo “momento in comune”. Pochi mesi fa il Duca ha partecipato a un webinar del Circolo monarchico “Dante Alighieri”, sapendo che intervenivo in qualità di relatore. L’argomento era il “Regime-Covid, il pericolo di uno Stato etico-sanitario e il rischio di una società futura basata sulla paura della morte”. Ciò mi ha reso felice. La sua scelta di essere presente, quindi, la stima che nei nostri rapporti decennali non mi ha fatto mai mancare. In quell’occasione l’ho trovato attento, interessato e curioso di conoscere elementi e considerazioni culturali non conformiste. In linea con la sua natura: simbolo vivente di una tradizione millenaria e al tempo stesso, elegante e discreto uomo moderno. Mai distaccato dal presente.

Poi, c’è stata una telefonata, l’invito ad andarlo a trovare in Toscana, facendo seguito ad un precedente invito, era la scorsa estate, di raggiungerlo a Pantelleria. E’ stata l’ultima volta che l’ho sentito. Sapevo che era malato e che resisteva grazie alla sua forte fibra fisica.

Il primo ricordo, invece, risale agli anni Settanta. 1972: la mia prima manifestazione a Roma dell’Unione monarchica italiana. Insieme a me tanti giovani del Fronte monarchico giovanile, ragazzi idealisti e combattivi (come Antonio Tajani, Marco Clarke, Antonio Maulu, Marco Fabrizio, Paolo Romano, Vittorio Lapponi, Francesco Caroleo-Grimaldi), speranzosi di cambiare l’Italia. Era il nostro ‘68. Manifestazione preceduta da un corteo di macchine con bandiere sabaude e megafoni per annunciarla ai cittadini, a rischio di scontro fisico con i militanti di sinistra. Una settimana dopo ci recammo in gruppo, con pullman provenienti da tutta Italia, alla fantastica tenuta del Borro, la sua residenza; una sorta di feudo post-moderno. Era la nostra Vandea.

Successivamente il Duca Amedeo ha imparato a conoscermi anche dal punto di vista professionale: interviste per l’Italia-settimanale, diretta da Marcello Veneziani, per Libero, diretto da Vittorio Feltri. Conversazioni sulla politica. E cosa importantissima per me, è sempre venuto alle presentazioni dei miei libri più interessanti per la causa: “Un arbitro per la Repubblica”, “Repubblica monarchica”.

Il Duca ha vissuto una sorta di destino parallelo. Stimato dal mainstream in quanto alternativa giudicata presentabile, rispetto al cugino Vittorio Emanuele e ciclicamente tirato per la giacchetta dalle organizzazioni monarchiche, nei momenti più delicati delle vicende interne a Casa Savoia (dall’Isola di Cavallo in poi). Ricordo, in proposito, le strategiche e anche stimolanti oscillazioni dinastiche di Sergio Boschiero. E lui stesso, sul tema legittimista ha vissuto un’accelerazione.

E’ il contenuto del mio libro-intervista proprio a lui: “Proposta per l’Italia”, Edizioni Il Minotauro, pubblicato nel 2002. Premessa: sono usciti molti libri sulla storia dei Savoia-Aosta, sulla sua figura, ma forse in nessun libro si approfondiscono in modo sistemico le sue idee politiche. C’era stato allora l’esempio di Simeone di Bulgaria, che da ex-re era tornato al potere come capo del governo. E qui da noi si parlava insistentemente di un’assemblea costituente per riscrivere le regole costituzionali e ripensare i valori condivisi.

Amedeo era stato più volte in procinto di scendere in campo: partecipò a varie primarie, ottenendo anche parecchio consenso, ma la sua risposta alla fine era stata sempre negativa. Alla presenza diretta preferiva la rappresentanza del bene comune, la rappresentanza della patria nel suo insieme, oltre gli schemi e oltre le divisioni politiche. Ma questa “Proposta per l’Italia” lo aveva affascinato, perché gli consentiva di servire il paese diversamente: costituire un movimento politico patriottico, capace di andare oltre la repubblica e la monarchia, superare la contrapposizione manichea che storicamente non aveva più senso. E cioè, un movimento per la “res-publica”. Un passo in avanti. Lui stesso quando, in quel periodo, parlava del presidente della Repubblica, non diceva mai il decimo presidente, ma il quattordicesimo capo di Stato, comprendendo anche la tradizione monarchica dei quattro re.

Ecco, questo è stato il suo Dna. Rappresentare con fierezza e convinzione la storia sabauda e stare dentro la storia.
Al punto che un anno dopo, lo incontrai con un importante esponente del governo per convincerlo a presentarsi alle europee. Da comunicatore avevo pronto anche lo slogan: “Abbiamo fatto l’Italia ora facciamo l’Europa, vota Amedeo di Savoia”. Ma non se ne fece nulla. Perché giustamente il Duca continuava a non fidarsi di una classe politica mediocre e desiderosa solo di strumentalizzarne il blasone e il prestigio. Poi, col passare degli anni, questa ambizione alla res-publica è andata scemando, e come detto, c’è stata un’accelerazione sul versante dinastico. Con l’avallo della Consulta dei senatori del Regno, si è di fatto attribuito il titolo di capo della Casa. Al punto che oggi l’Umi lo considera come pretendente al trono.

Un ultimo ricordo: l’ho intervistato durante un evento organizzato dalla Rai: E-storia (annuale manifestazione che si svolge a Gorizia). Conducevo il panel sulla storia dei Savoia, insieme ai professori Barbero e Oliva. Lui è intervenuto in collegamento. Ma ciò che ha colpito giornalisti e osservatori, è stato l’applauso dei quasi mille partecipanti. Segno di una stima e del fascino che sapeva trasmettere. E’ il fascino sacrale della regalità. O ce l’hai o non ce l’hai. Una forza che va oltre il tempo e che resiste ai pregiudizi ideologici. Voglio ricordarlo per sempre con quell’applauso.

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