Licenziamenti, l’economista Bifarini: “Impoverimenti per resettare l’economia”

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Governo, sindacati e imprese hanno firmato un accordo comune che impegna (ma non obbliga) le aziende a utilizzare gli ammortizzatori sociali prima di procedere ai licenziamenti che sono di fatto sbloccati tranne che per i settori tessile, calzaturiero e della moda. Il documento è stato firmato il 29 giugno scorso dal premier Mario Draghi, dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando, dai leader di Cgil, Cisl e Uil e da Confcooperative, Cna, Confapi e Confindustria. Dunque si potrà tornare a licenziare, questo il dato di fatto e c’è da chiedersi cosa potrà accadere da qui ai prossimi mesi all’economia italiana con la perdita di altri posti di lavoro. Lo abbiamo chiesto all’economista, opinionista e scrittrice Ilaria Bifarini, autrice de “Il Grande Reset”, libro che ha scalato le classifiche di Amazon, risultando fra i più venduti. Libro in cui Bifarini spiega come, attraverso l’emergenza pandemica, si stia costruendo un nuovo modello economico e sociale.

Tutti soddisfatti, Governo, Confindustria, parti sociali, ma intanto si potrà licenziare con l’accordo di tutti. Cosa pensa, e soprattutto cosa ci aspetta nei prossimi mesi?

“Di fatto il blocco dei licenziamenti prorogato sine die non poteva durare in eterno. Come dimostrato dalle esternazioni non solo dei virologi ma anche di importanti rappresentanti istituzionali e internazionali, siamo entrati nell’era pandemica. Dall’attenzione mediatica per la nuova variante del Covid e dall’allarmismo legato alla sua diffusione, nonostante la letalità sembri essere bassa, è probabile che andremo incontro a nuovi lockdown, o mini-lockdown, come sono stati già ribattezzati. È chiaro che non si può far fronte a uno scenario di crisi permanente con misure che sono di natura emergenziale. Con la proroga della CIG per il settore del tessile e del calzaturiero e l’impegno previsto dall’accordo a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali prima di risolvere il rapporto di lavoro per gli altri comparti, di fatto si cerca di tamponare ancora la situazione. Inizieranno senz’altro i primi licenziamenti, ma non sarà ancora una bomba socio-economica, piuttosto un protrarsi dell’agonia del mondo imprenditoriale, che si trova di fronte a un cambiamento epocale”.

Si è scelto di sbloccare i licenziamenti per alcuni settori ma non per altri, adducendo motivazioni legate agli effetti della crisi. Vede invece anche lei il tentativo di dividere il mondo del lavoro e scatenare una “guerra fra poveri”?

“Sicuramente il settore della moda è tra le nostre eccellenze e tra i più colpiti dalle chiusure e dalla gestione pandemica, ma gli altri settori di certo non sono immuni. Come preannunciato da Monti, ribadito da Draghi e in accordo con l’agenda del Forum di Davos, si sta cercando di staccare la spina dei sussidi e dei sostegni che finora hanno tenuto in vita le imprese per accompagnare all’uscita quelle non funzionali al modello economico della nuova normalità introdotta con la pandemia. In particolare le imprese di dimensioni più piccole sono viste come un vulnus del tessuto imprenditoriale italiano. Dopo un’iniziale fase di assistenzialismo statale, volto a sostenere i cittadini in un passaggio così traumatico, è arrivato il momento operativo di resettare il modello economico. Secondo i dati Istat già settecentomila persone hanno perso il lavoro durante la pandemia, con la fine del blocco dei licenziamenti il numero crescerà e si dovrà studiare una misura di sostegno che vada oltre il reddito di cittadinanza”.

Non le sembra che il Paese sia anestetizzato? In altri tempi si sarebbe avuta la rivolta sociale, milioni di lavoratori sarebbero scesi in piazza. Oggi invece si va in piazza soltanto per il Ddl Zan. E’ il segno che viviamo ormai nell’indifferenza generale? È la prova che ci hanno ormai resi schiavi privandoci anche della dignità, dell’orgoglio e perfino di ogni minima capacità di reazione nei confronti del sistema?

“Il processo di manipolazione di massa e di propaganda a senso unico del politicamente corretto va avanti da decenni, servendosi di tutto l’apparato mediatico, del mondo dello spettacolo e, oggi, dei social network. L’avvento della dichiarata pandemia, la comunicazione sensazionalistica, il clima di terrore permanente, facendo leva sull’atavica paura della morte, hanno creato un effetto narcotizzante su una popolazione già priva di strumenti critici e consapevolezza. Ormai il cittadino vive la dimensione dell’immaginario come se fosse reale, gli influencer e i loro messaggi, basilari e prevalentemente visivi, cassa di risonanza del pensiero unico neoprogressista, rappresentano per i giovani degli esempi di successo e delle guide morali cui conformarsi acriticamente, senza alcuno sforzo critico. Una volta colonizzato l’immaginario collettivo, con opportuna e sempre più dura repressione delle poche voci dissidenti, concetti come dignità e orgoglio diventano desueti, fino a sparire dal nostro patrimonio valoriale”.

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