Esempio-Inghilterra. Ma quale presidenzialismo, meglio la monarchia

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Confesso, sono un “presidenzialista” pentito.

Negli anni Novanta mi sono battuto alacremente sul piano culturale, giornalistico, politico, per la “via italiana al gollismo”. Ritenevo che il caos originato e causato dalla frammentazione del sistema elettorale della nostra prima Repubblica, potesse essere equilibrato, contemperando la rappresentanza democratica con la governabilità garantita. E ho partecipato direttamente al lungo dibattito tra il presidenzialismo, voluto dalla destra (in realtà un’idea molto italiana, proposta nella nostra storia istituzionale dall’azionista Calamandrei, dal repubblicano Pacciardi, dal dc Segni leader di Europa Settanta, da Almirante, ma anche da Craxi etc); il premierato (modello esistente solo in Polonia e Israele), e i sostenitori della Bicamerale o della Costituente.
Come noto poi, ogni tavolo bicamerale (i famosi patti della Crostata) è finito in un nulla di fatto.
Ed è sconsolante vedere ora che l’intera questione venga riproposta in modo astratto, ideologico ed elettoralistico. Usando le medesime parole, i medesimi teoremi di allora.
Una sorta di depistaggio di massa, per evitare l’analisi dei problemi e delle emergenze vere (energia, economia, pandemia, mancanza di classi dirigenti degne del nome).

Pentito perché oggi la realtà è molto cambiata. In presenza dei social, delle nuove condizioni generali, del commissariamento di fatto della politica, che vede ciclicamente poteri forti, Bruxelles e tecnici, dettare la linea, e le varie nomination da fiction tv, ogni volta che si deve decidere l’inquilino del Colle (i giochi vergognosi dei partiti che hanno preceduto la riconferma prima di Napolitano, poi di Mattarella), il popolo avrebbe scelto e sceglierebbe il demagogo di turno o il capo di moda, o il personaggio sulla cresta dell’onda.
La peggiore pancia del paese avrebbe incoronato nell’ordine Di Pietro, Berlusconi, Monti, Renzi, Salvini, Draghi, per poi ghigliottinarli l’anno successivo (consenso liquido).

Possiamo far coincidere Stato e governo in questo modo populistico ed emotivo? Condannare le istituzioni ad essere ostaggio degli umori della gente, eterodiretta nelle pulsioni, nelle paure e nei desideri? E se il capo dello Stato eletto direttamente dal popolo, nella funzione di arbitro e capitano, sbaglia leggi, o impone follie, che succede? Cade lo Stato insieme al governo? E’ logico e di buon senso, invece, che Stato e governo siano separati. E ci vuole un sistema istituzionale, una forma di governo capace di garantire tale separazione e tale reciproca indipendenza.

Lo Stato, infatti, è ciò che resta fermo, esprime la storia, l’identità, la tradizione di un popolo, l’esercito, l’amministrazione, la diplomazia, la burocrazia; e il governo, dal canto suo, è ciò che si muove a seconda delle maggioranze parlamentari che vanno e vengono dalle urne.

La monarchia, meglio della Repubblica, garantisce tale servizio. Lo Stato nelle mani di un sovrano indipendente dai partiti, a cui non deve nessuna elezione e a cui non deve rendere conto; educato fin dalla nascita a questo ruolo, custode fisico di una legittimità e legittimazione storica. E il fatto di essere indipendente dalle parti, è una fondamentale pre-condizione politica di unità nazionale, continuità e stabilità istituzionale. Tutti si possono identificare in lui.
Lo abbiamo visto, lo stiamo vedendo, dopo la morte della regina Elisabetta. Amata da classi, orientamenti, etnie e generazioni diverse, proprio per questa capacità, per questa promessa, formulata nell’atto della sua incoronazione: essere patria vivente, sacralità attiva delle istituzioni.

Milioni di persone che, a differenza nostra, non figli di patrie di parte, della guerra fredda o dell’eterna guerra civile (destra vs sinistra, comunisti vs anti-comunisti, fascisti vs antifascisti etc), che si riconoscono nei simboli identitari e tradizionali della loro nazione.
Noi purtroppo siamo prima di destra o di sinistra, e poi forse italiani; gli inglesi sono prima inglesi, poi conservatori o laburisti. E questo grazie alla monarchia.
E dispiace sentire commenti mediocri, quando da noi si va oltre la cronaca relativa all’Inghilterra. Assistere cioè, ad analisi che vanno sul gossip o intossicati dal pregiudizio repubblicano. Mentana parla di fiaba, e di realtà fuori dal tempo, mancando di rispetto a milioni di cittadini sudditi di Sua Maestà. Mentana, molto probabilmente, è ancora prigioniero del dogma secondo il quale Repubblica equivale a modernità, democrazia e diritti, mentre la monarchia è sinonimo di passato, vecchiume e antidemocrazia.

Ma Mentana sa quante monarchie ci sono in Europa? Spagna, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Inghilterra, Danimarca, Norvegia, Svezia, Monaco, Liechtenstein (arriviamo a 12 se aggiungiamo Città del Vaticano e Andorra, sistema diarchico). E non mi pare che siano modelli medioevali. Anzi forse sono da preferirsi, in termini di progresso e democrazia, alle repubbliche sudamericane, comuniste o islamiche. Mentana infine, dovendo ammettere la popolarità della monarchia inglese, ha detto tra l’altro, che le altre sono sbiadite. Quindi, il re o è un tiranno e allora conta, se invece è un re costituzionale, non conta niente?

Un consiglio: studiare il potere terzo, il potere arbitrale dei sovrani, la moral suasion che la regina Elisabetta, ad esempio, ha esercitato con maestria, riequilibrando lo Stato in senso progressista quando la Thatcher strabordava e in senso conservatore quando al governo c’erano i laburisti.

In conclusione, la Meloni ripensi alla sua proposta. Il presidenzialismo non risolverebbe i nostri problemi: li aggraverebbe. Non abbiamo bisogno di un uomo solo al comando, ma di un sistema complesso ed equilibrato di pesi e contrappesi, di poteri che si controllano reciprocamente, che poi è una funzionante e vitale Repubblica parlamentare. Da migliorare, ammodernare, ma non stravolgere.

Un’ultima annotazione: l’elezione diretta del capo dello Stato non è la prerogativa del presidenzialismo, ma la coincidenza tra rappresentanza e governabilità (potere legislativo ed esecutivo). La Quinta Repubblica francese (semi-presidenzialismo, dove il Capo dello Stato-arbitro partecipa all’esecutivo), entrò in vigore nel 1958, ma l’elezione diretta del capo dello Stato, fu introdotta solo nel 1962, con Michel Debré. E negli Usa (Repubblica presidenziale, dove il Capo dello Stato è sia arbitro che capitano), la sua elezione avviene per gradi (i grandi elettori).

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