Papa Francesco in Mongolia e il rebus Giovanni XXIV

martedì, 5 Settembre 2023
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“In Vietnam? Se non potrò andarci io ci andrà Giovanni XXIV”.

Ha risposto così papa Francesco ai giornalisti durante il volo di ritorno dalla Mongolia in merito alla possibilità di un nuovo viaggio apostolico nei paesi asiatici. Curiosamente Bergoglio è tornato a parlare del suo successore, non come un ipotetico Francesco II ma come Giovanni XXIV quasi a voler decidere lui il nome di chi verrà dopo di lui. La spiegazione è presto detta.

Il papa inizialmente pare volesse chiamarsi Giovanni per sottolineare la continuità con Giovanni XXIII, il pontefice che ha indetto il Concilio Vaticano II a cui è da sempre molto devoto, ma poi ha preferito chiamarsi Francesco per evidenziare l’attenzione per i poveri. Ma il nome Giovanni gli è rimasto nel cuore e già in un’altra occasione auspicò che il suo successore potesse assumere lo stesso nome scelto da Angelo Roncalli dopo il conclave che lo elesse a capo della Chiesa nel 1958.  Chissà che il futuro papa non segua il suo consiglio?

Ma Giovanni XXIII nella storia della Chiesa è stato anche un antipapa, forse il più celebre, ovvero Baldassarre Cossa che guidò la Chiesa agli inizi del ‘400 ai tempi del grande scisma d’Occidente, in un’epoca in cui il soglio di Pietro era conteso addirittura da ben tre papi. Cossa, eletto dai cardinali della cosiddetta “obbedienza pisana”, fu poi deposto dal Concilio di Costanza da lui stesso convocato che riportò l’unità nella Chiesa. Per secoli ci si è interrogati se quel papa fosse da considerare legittimo essendo legittima l’obbedienza pisana rispetto a quella avignonese e romana, e quindi da inserire nella successione apostolica o meno. Tant’è vero che quando Roncalli scelse di chiamarsi Giovanni si pose il problema se dovesse essere XXIII o XXIV. Fu direttamente lui a chiudere la questione dichiarando di non riconoscere come legittimo il Cossa che fu poi cancellato dall’annuaerio pontificio e sostituito appunto dal vero Giovanni XXIII.

Ora i sostenitori dell’invalidità dell’elezione di Bergoglio, quelli che seguono le teorie di “Codice Ratzinger” di Andrea Cionci (a detta dei quali Benedetto XVI non si sarebbe mai dimesso validamente e il pontefice regnante sarebbe un antipapa) sostengono che, essendo Francesco perfettamente consapevole del suo status di illegittimità, abbia indicato il suo successore come Giovanni XXIV non quale successore di Roncalli ma del Cossa, dovendo di fatto proseguire la successione antipapale alla guida della Chiesa; visto che essendo illegittimo Bergoglio lo sarebbero tutti i suoi successori eletti da un conclave altrettanto illegittimo. Il vero papa, secondo i teorici della sede vacante seguita alla morte di Ratzinger, dovrebbe invece essere eletto dai soli cardinali nominati da Benedetto XVI.

Certo è che anche Francesco ci mette del suo ad alimentare polemiche e dietrologie su di lui. Sarebbe bastato dire che in Vietnam ci sarebbe andato il suo successore e avrebbe evitato di riaprire un caso che ora inevitabilmente tornerà a far discutere.

Ma ciò premesso, cosa ha significato realmente il viaggio in Mongolia?

Ufficialmente la volontà di dare forza e voce alla strettissima minoranza cattolica presente nel Paese, appena 1450 i fedeli registrati, ma anche un gesto di amicizia nei confronti di un popolo che dopo l’affrancazione dal comunismo sovietico ha saputo riconoscere la libertà di culto e ha praticato la tolleranza religiosa verso i cristiani, nonostante la maggioranza del popolo sia di fede buddista tibetana.

In realtà il pontefice si è recato in Mongolia con il chiaro obiettivo di lanciare messaggi distensivi alla Cina, con cui il Vaticano continua a non avere rapporti diplomatici nonostante il disgelo iniziato negli ultimi anni. Non potendo entrare in casa dei cinesi, il papa si è fermato sul giardino di casa, ma ha comunque bussato con le migliori intenzioni e le massime rassicurazioni.

La Cina dal canto suo ha vietato ai propri vescovi di recarsi ad accogliere Francesco a Ulan Bator, ma ha comunque manifestato la volontà di proseguire un dialogo con Roma. Dialogo però pieno di ostacoli legati soprattutto alla questione dell’esistenza di due chiese cattoliche cinesi, quella fedele a Roma che è stata perseguitata dal regime e costretta alla clandestinità con i suoi vescovi e sacerdoti, e quella cosiddetta patriottica o nazionale fedele a Pechino con i propri vescovi non riconosciuti dal papa. Fra il Vaticano e il governo cinese c’è la ferma volontà di collaborare e sanare definitivamente la frattura in seno ai cattolici, con Roma che si è detta pronta a riconoscere i vescovi della chiesa nazionale. Resta però il nodo sulla nomina dei futuri vescovi: sarà il papa a nominarli, ma il governo chiede di avere voce in capitolo sulle scelte e di concorrere alle decisioni. Un nodo che si fa fatica a sciogliere perché è visto come un tentativo di limitare l’autorità del pontefice su prerogative universali, come appunto la nomina dei vescovi. E’ stato questo il punto più controverso che ha impedito fino ad oggi di poter raggiungere un compromesso: con Francesco è stato siglato un accordo provvisorio sottoposto a verifiche periodiche che però al momento non ha permesso di superare gli ostacoli e rimuovere le criticità.

Bergoglio però è deciso a proseguire il dialogo, consapevole di come sia indispensabile oggi avere rapporti con un Paese come la Cina destinato a svolgere un ruolo sempre più predominante nello scacchiere internazionale. Ed infatti ha approfittato della visita in Mongolia e del sorvolo sui cieli cinesi per lanciare messaggi distensivi verso Pechino. “Invio un caloroso saluto al nobile popolo cinese – sono state le sue parole – A tutto il popolo auguro il meglio! E andare avanti, progredire sempre. E ai cattolici cinesi chiedo di essere buoni cristiani e buoni cittadini. Grazie”. Poi ancora: “I governi non hanno nulla da temere dall’azione evangelizzatrice della Chiesa, perché non ha un’agenda politica da portare avanti”.

Il messaggio è chiaro ed è rivolto a tranquillizzarele autorità cinesi che hanno sempre visto nella Chiesa cattolica un nemico da combattere, tenendo sotto stretto controllo le sue attività e appunto cercando di ostacolare la sua azione evangelizzatrice creando una chiesa parallela. Papa Francesco invece è stato forse il pontefice che più di tutti ha aperto al mondo asiatico e lo ha fatto anche scontrandosi con i cattolici del dissenso che non ne vogliono sapere di diventare un tutt’uno con i fedeli che fino ad oggi hanno aderito alla Chiesa di regime.

Bergoglio, nel momento stesso in cui ha rassicurato sul fatto che la Chiesa non ha nessuna agenda politica da portare avanti, ha anche invitato i fedeli cinesi ad essere buoni cittadini e quindi a rispettare lo Stato. E’ ciò che il regime vuole sentirsi dire con l’obiettivo di normalizzare i rapporti, per poter poi ricevere dalla Chiesa e dalle sue strutture supporto e sostegno alle politiche del governo in campo sociale, nella lotta alle povertà e per migliorare i servizi nel campo sanitario e assistenziale. Ma per molti cattolici in Cina essere buoni cittadini vuol dire anche ribellarsi all’oppressione del regime e combattere per la libertà e la democrazia, oltre che per diritti che continuano ad essere sistematicamente calpestati. Può la Chiesa anteporre la pur nobile esigenza di vedersi riconosciuta, alla necessità di lottare per la libertà, i diritti umani e la giustizia?

Non potendo recarsi a Pechino, Francesco ha scelto il luogo più vicino dove poter parlare anche ai cinesi e manifestargli la volontà di andare avanti nel dialogo, auspicando che come avvenuto in Mongolia, si possa raggiungere anche a Pechino una pacifica convivenza nel segno di un autentico pluralismo religioso.

Riuscirà Francesco a passare alla storia come il papa della grande pace con Pechino, oppure avranno ragione i cattolici del dissenso che lo accusano di aver svenduto la Chiesa e la fede al regime comunista?

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