/

Al Sud più pensionati che lavoratori: il sistema non regge più

3 minuti di lettura
pensioni

Era “matematico” che accadesse ed è accaduto. Nel Mezzogiorno il numero dei percettori di pensione ha superato quello dei lavoratori. La tendenza, ormai consolidata negli anni in assenza di provvedimenti correttivi, ha sortito l’effetto tanto temuto e indesiderato. Se il dato nazionale parla di un rapporto di uno a uno (22.772.000 pensionati contro 23.099.000 lavoratori attivi), nelle regioni del Sud e nelle Isole le pensioni pagate ai cittadini sono 7.209.000, mentre gli occupati sono 6.115.000, con uno scarto negativo di oltre un milione di unità. Un risultato preoccupante che dimostra con tutta evidenza gli effetti provocati negli ultimi decenni da tre fenomeni strettamente correlati fra di loro: la denatalità, l’invecchiamento della popolazione e la presenza dei lavoratori irregolari. La combinazione di questi fattori, denuncia l’Ufficio Studi della Cgia (Confederazione generale italiana dell’artigianato) di Mestre, sta riducendo progressivamente il numero dei contribuenti attivi e, conseguentemente, ingrossando la fila dei percettori di pensione.

Come riequilibrare il sistema? Nessun governo italiano ha in serbo soluzioni miracolistiche e seppur fossero disponibili i risultati arriverebbero non prima di 20-25 anni. Tuttavia, con sempre meno giovani e sempre più pensionati l’andamento può essere invertito in tempi medio-lunghi solo allargando la base occupazionale. In che modo? Innanzitutto, portando a galla una buona parte dei lavoratori del sommerso presenti nel Paese. Coloro che svolgono un’attività in nero che, secondo l’Istat, ammontano a circa tre milioni di persone; lavoratori che ogni giorno si recano nei campi, nelle fabbriche e nelle abitazioni degli italiani a svolgere la propria attività lavorativa irregolare. E’ necessario, tra l’altro, favorire ulteriormente l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, visto che l’Italia è all’ultimo posto in Europa per il tasso di occupazione femminile (pari al 50 per cento circa). Inoltre, bisogna rafforzare le politiche che incentivano la crescita demografica (aiuti alle giovani mamme, alle famiglie, ai minori) e allungare la vita lavorativa delle persone, almeno di quelle che svolgono un’attività impiegatizia o intellettuale. Da ultimo è necessario innalzare il livello di istruzione della forza lavoro che in Italia è ancora tra i più bassi di tutta l’Ue. Se non si adotteranno provvedimenti in tal senso in tempi ragionevolmente brevi fra qualche decennio la sanità e la previdenza imploderanno.

Entro il 2027 altri 3 milioni di pensionati. Non c’è molto tempo; dalla lettura delle statistiche demografico-occupazionali emergono tendenze molto preoccupanti. Tra il 2023 e il 2027, ad esempio, il mercato del lavoro italiano richiederà poco meno di tre milioni di addetti in sostituzione delle persone destinate ad andare in pensione. Insomma, nei prossimi anni quasi il 12 per cento degli italiani lascerà definitivamente il posto di lavoro per aver raggiunto il limite di età. Con sempre meno giovani destinati a entrare nel mercato del lavoro, “sostituire” una buona parte di chi scivolerà verso la quiescenza diventerà un grosso problema per tanti imprenditori. Negli ultimi cinque anni la popolazione italiana in età lavorativa (15-64 anni) è scesa di oltre 755mila unità e solo nel 2022 la contrazione è stata pari a 133mila.

Settori a rischio. Un Paese con una popolazione anziana tendenzialmente crescente potrebbe avere nei prossimi decenni seri problemi a far quadrare i conti pubblici; in particolar modo a causa dell’aumento della spesa sanitaria, pensionistica, farmaceutica e di assistenza alle persone. Con una presenza di ultra65 molto diffusa, alcuni importanti settori economici potrebbero subire seri contraccolpi. Con una propensione alla spesa molto più contenuta della popolazione giovane, una società costituita prevalentemente da anziani rischia di ridimensionare il giro d’affari del mercato immobiliare, dei trasporti, della moda e del settore ricettivo. Solo le banche potrebbero contare su alcuni effetti positivi; con una maggiore predisposizione al risparmio, le persone più anziane dovrebbero aumentare la dimensione economica dei propri depositi, facendo così “felici” molti istituti di credito.

Città virtuose e città in crisi. A livello provinciale nel 2022 la realtà territoriale più virtuosa d’Italia è stata Milano (saldo dato dalla differenza tra il numero delle pensioni e gli occupati uguale a +342mila). Seguono Roma (+326mila), Brescia (+107mila), Bergamo (+90mila), Bolzano (+87mila), Verona (+86mila) e Firenze (+77mila). Negativi i risultati delle province meridionali. Tra tutte, solo Cagliari (+10mila) e Ragusa (+9mila), sono mosche bianche e presentano un saldo positivo. Le situazioni più squilibrate, invece, riguardano Palermo (-74mila), Reggio Calabria (-85mila), Messina (-87mila), Napoli (-92mila) e Lecce (-97mila). Numeri tristemente coerenti con gli ultimi rapporti di Istat, Censis ed Eurispes.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Ue, Giorgetti “Regole troppo stringenti un ostacolo alla crescita”

Articolo successivo

Trattamenti Car-T: Piemonte e Triveneto modelli di buone pratiche. Ma urge una riforma della governance nazionale di queste terapie

0  0,00