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Busto, Afeva: «L’amianto? Dopo trent’anni continua a uccidere»

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amianto

«Mi sono preso il mesotelioma, un tumore molto cattivo, legato alla presenza di amianto nell’aria e si prende tramite la respirazione di particelle di amianto». Le dichiarazioni di Franco Di Mare, inviato di guerra e poi dirigente Rai, scuotono l’animo di chi lo ascolta, soprattutto di chi ignorava le sue condizioni di salute. Cosa c’entra un affermato giornalista Rai con un cancro dovuto all’amianto? C’entra perché Di Mare è stato in territori di guerra pesantemente inquinati, tra l’altro, anche da forti quantità di amianto.

Ne sa qualcosa Giuliana Busto, presidente dell’Afeva, l’Associazione dei Familiari e delle Vittime dell’Amianto, che nel 1988 ha perso un fratello di 33 anni la cui unica colpa fu quella di correre nei pressi dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato. Da quel momento la Busto non ha fatto altro che cercare di smuovere le coscienze dando una vita a un’associazione che potesse rappresentare le vittime e i loro familiari. Il tutto, all’ombra di uno dei più grandi stabilimenti Eternit d’Europa, 94mila metri quadrati di cui 50mila coperti di lastre di fibrocemento, chiuso dal 1986.

Presidente Busto, è vero che quando una denuncia parte da un personaggio noto ha un altro peso, tuttavia le dichiarazioni di Franco Di Mare sono state un pugno nello stomaco.

«Proprio così, succede quando le cose ti toccano da vicino. Il mesotelioma non ha una cura, si sa, e percorrere l’ultimo “miglio verde” comporta dolore fisico e sofferenze psicologiche. Non ho sentito Di Mare perché il 28 aprile ricorre la Giornata mondiale delle vittime dell’amianto ed eravamo impegnati in giro per le varie manifestazioni, ma comprendiamo il suo stato d’animo. Sono trentatré anni ormai che ci occupiamo delle vittime di asbesto e di quelle che ancora si ammalano e muoiono a causa di questo minerale cancerogeno. Oggi si ammalano coloro che all’inizio dell’emergenza erano addirittura bambini. Oggi sono genitori e in qualche caso nonni. Questo perché il periodo di latenza dell’amianto è spaventosamente lungo e quando esplode gli esiti sono sempre infausti. Il problema altrettanto enorme è che in decenni di attività industriale sono stati utilizzati quintali di fibrocemento in quantità indiscriminata quindi non conosciamo nemmeno il numero potenziale dei contaminati».

Com’è cominciato il suo impegno in favore delle vittime dell’amianto?

«Era il 1988 e mio fratello Piercarlo, giovane, sportivo e soprattutto sano, si ammalò all’improvviso. Aveva contratto il mesotelioma senza aver mai lavorato a contatto con l’amianto. La sua unica colpa era quella di correre per le vie di Casale Monferrato. Furono cinque mesi strazianti. Ci lasciò il 23 dicembre. “Ucciso dall’amianto”, scrivemmo sul manifesto funebre. Volevamo dimostrare che il problema non poteva più essere circoscritto alla fabbrica. Abbiamo cominciato a denunciare questa situazione avvicinandoci alle associazioni dei lavoratori Eternit. Ad appena quaranta giorni dalla morte di mio fratello, eravamo già in piazza a raccogliere le firme che avrebbero faticosamente portato alla Legge 257 del 1992, che bandì per sempre in Italia l’utilizzo dell’amianto. Ci prendevano per pazzi o per sognatori. In effetti non è stato facile fare progressi perché collegare le morti all’amianto è difficoltoso. Bisogna ricostruire, anche a distanza di anni, il passato professionale e tutti i periodi in cui si presume che si sia stati a contatto con l’amianto. Per questo comprendiamo l’irritazione di Di Mare nei confronti della sua azienda. Siamo stati sempre presenti nei tribunali e alle manifestazioni, partecipando a dibattiti e convegni dimostrando, alla fine, che una qualche ragione ce l’avevamo».

Che tipo di assistenza offre la sua associazione ai familiari delle vittime?

«Dopo aver ricevuto e valutato la documentazione sanitaria, li aiutiamo ad accedere al fondo attraverso la richiesta risarcimento. Siamo alle prese con le proposte di risarcimento avanzate dalla Eternit, all’incirca pari a 30mila euro per persona, in cambio di una liberatoria nella quale si salvaguardia la reputazione della famiglia Schmidheiny, titolare di ciò che resta della fabbrica. Si capisce che dopo anni di sofferenze una transazione del genere sia emotivamente difficile da accettare considerando le centinaia di morti che abbiamo contato».

In quanti processi siete presenti?

«Dovunque si siano creati nuovi tronconi del processo principale. Abbiamo assistito a udienze e testimonianze drammatiche, abbiamo imparato ad anestetizzarci per non somatizzare le sofferenze delle persone che assistiamo, molte delle quali col tempo si sono allontanate per l’incapacità di sopportare ogni volta gli stessi racconti di morte e di dolore».

Eternit è una parola che riporta al passato nonostante, paradossalmente, continui a fare ancora vittime, qual è la posizione dell’opinione pubblica italiana rispetto a questo problema sociale?

«Intanto una considerazione. Il contagio da amianto è un problema attualissimo. Centinaia di persone continuano ad ammalarsi e purtroppo a morire. Si parla tanto di rilancio dell’edilizia in ogni forma, che però passerà anche per gli abbattimenti o per la riqualificazione degli immobili. In quei casi decine di operai dovranno rimuovere tonnellate di pannelli pieni di polvere di amianto. I lavoratori saranno tutti perfettamente equipaggiati? I processi di stoccaggio saranno svolti nella massima sicurezza? Bisogna parlare quindi al futuro del nostro Paese, per questo ci sono i ragazzi delle scuole che incontriamo quasi quotidianamente e che su questo tema sembrano straordinariamente sensibili, chiedono e vogliono essere informati su ambiente e inquinamento da amianto. Voglio capire perché molti dei loro parenti non ci sono più».

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