Macron, l’hanno fatto “giallo”. La fine della Ue passa per la Francia

Esteri Politica

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A vederli in tv che parlano insieme, danno la stessa impressione: due ombre che parlano di un’altra ombra.
Macron e Merkel, infatti, al momento sono due ombre. Il presidente della Repubblica francese è ai minimi storici, solo un francese su quattro ancora lo “gradisce”, appena il 25% della popolazione; la cancelliera tedesca è in via di auto-pensionamento dopo le continue sconfitte elettorali della sua Cdu.

E la terza ombra è la Ue, sotto attacco da parte dei populisti, che alle prossime elezioni sperano di poter stravolgere gli assetti politici tradizionali. E non a caso i due leader ieri hanno chiesto all’Europa un salto di qualità, una sorta di rifondazione, per non essere più una “Ue matrigna”.

Un appello nel nome e nel segno di un globalismo che vede nei trionfanti nazionalismi il vero nemico. Nazionalismi, ovviamente, come sinonimo di guerre, egoismi, frontiere, razzismo. Contrapposti al patriottismo sano (la bacchettata di Macron, Trump se la ricorda ancora; reprimenda in occasione dell’anniversario della fine della prima guerra mondiale).

E’ indubbio che sia la Merkel, sia Macron stiano interpretando e rappresentando un vecchio schema. La cancelliera, il vecchio bipolarismo europeo (socialisti-popolari) che non regge più. Macron, dal canto suo, esprime ricette che stanno dimostrandosi fallimentari: tutti e due non riescono a governare le vere emergenze continentali: la sicurezza, l’integrazione, gli effetti della società multiculturale.

Dove sta cadendo Macron ora? Sull’onda dei Giubbetti gialli, un movimento di piazza contro gli aumenti del carburante. Gli scontri in tutto il Paese hanno procurato morti e feriti. E’ noto che in Francia la benzina e il diesel sono tra i più cari d’Europa.
Ed è paradossale quanto stia subendo Macron: un capo politico, frutto di un mutamento genetico della politica francese, un prodotto confezionato dall’alto, capo di un partito formalmente anti-politico, ideato dai poteri forti europei (che dopo le sconfitte sulla Brexit e la vittoria di Trump, hanno capito che il populismo non si combatte frontalmente), ma sostanzialmente e ideologicamente continuista col potere storico e lobby, contestato da un altro movimento, invece, sostanzialmente populista, nato dal basso e grazie al web.

Quello dei Gilets Jaunes, rompe gli schemi, considera Macron la casta che affama il popolo, la casta corrotta ed elitaria che con le sue politiche (il carburante ma non solo) si è tolta la maschera. La casta che si costruisce la piscina con i soldi dei contribuenti e che vive nel privilegio (mai in Francia la comunicazione aveva raggiunto e colpito un presidente in modo così diretto, come è accaduto a lui, addirittura insultato per l’auto blu, una specie di mantra grillino trasferitosi a Parigi).

L’inizio forse di una rivoluzione, di un populismo che potrebbe prendere altre forme rispetto all’Italia, all’Austria, alla Germania? Per qualche osservatore si tratta dello storico scontro tra la campagna vandeana, tradizionalista, rurale, e la città giacobina, cosmopolita, liberal, radical, quei francesi che fanno gli “ecologisti anti-carburante col metrò sotto casa”. Un po’ come quei borghesucci con la borsetta in piazza a Torino a favore della Tav. Altra comunicazione grillina.

La Francia però, non ha un partito come i 5Stelle o come la Lega. E’ ancora dentro le categorie del Novecento. Marine le Pen, sta tentando di assomigliare alla Lega (la Lega ha tentato di assomigliare alla Le Pen), ma il passaggio non è ancora stato totalmente compiuto, non si è perfezionato. Se li unisce la stessa idea di immigrazione, di sicurezza, di primato dei rispettivi cittadini, e di anti-Ue, ancora li differenzia la visione economica, il concetto di Stato. Marine è più per uno Stato nazionale sociale, un’economia pubblica, Salvini è ancora legato al liberismo, alle pmi e alle partite Iva. Sulla nuova emergente categoria della politica “alto-basso”, popoli contro caste, se il Fronte nazionale ha inserito la variante “patrioti contro mondialisti”, la Lega oscilla tra il fronte sovranista-populista con i grillini e il ritorno al vecchio centro-destra con Berlusconi.
Insomma, in Francia e in Germania, si gioca il futuro di Bruxelles, ma non nel senso che Macron e la Merkel, pensano o sperano.

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