Minniti, parla Geloni: “Ha peccato di ingenuità. Operazione dei renziani senza Renzi”

Interviste

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Marco Minniti ha ritirato la sua candidatura a segretario del Partito Democratico. Le voci delle ultime ore hanno così trovato conferma. «Resto convinto in modo irrinunciabile che il congresso ci debba consegnare una leadership forte e legittimata dalle primarie – ha detto Minniti a Repubblica– Ho però constatato che tutto questo con così tanti candidati potrebbe non accadere. Il mio è un gesto d’amore verso il partito». A convincere l’ex Ministro dell’Interno a farsi da parte, il mancato sostegno esplicito di Matteo Renzi che, a quanto sembra, starebbe ormai apertamente lavorando ad un nuovo progetto politico capace di andare oltre il Pd. Minniti avrebbe chiesto per giorni all’ex segretario di schierarsi apertamente con lui, ma avrebbe ricevuto solo dinieghi. Anche ieri di fronte ai giornalisti che gli chiedevano di confermare il suo appoggio all’ex inquilino del Viminale Renzi ha risposto: “Non mi occupo del congresso del Pd” Da qui la drastica decisione. Lo Speciale ne ha parlato con la giornalista e politologa Chiara Geloni. 

Minniti si è ritirato a causa del mancato appoggio di Matteo Renzi. Ma non era stato lui all’inizio a rimarcare le distanze dall’ex segretario smentendo quasi di essere il candidato renziano?

Quando Minniti ha provato a rivendicare la sua autonomia da Renzi, ha cercato di evidenziare una cosa che in un partito dovrebbe essere normalissima. In pratica aveva voluto affermare che la sua candidatura era quella di un politico che, se eletto, avrebbe agito sulla base delle proprie convinzioni e non sarebbe stato eterodiretto da nessuno. Naturalmente però l’ex ministro contava sul sostegno di quelli che gli avevano chiesto di candidarsi, in particolare del mondo renziano perché, inutile girarci intorno, era lì che la sua candidatura trovava origine”.

Quindi cosa è accaduto realmente? 

“E’ accaduto che Minniti ingenuamente ha forse pensato che il Pd fosse ancora un partito normale e Renzi un sostenitore leale capace di fare un passo indietro rispetto al proprio ruolo. Questo non si è verificato, ma ritengo che Minniti, da politico navigato quale è sempre stato, si sarebbe dovuto aspettare un epilogo del genere. Avrebbe dovuto capire da subito che Renzi si sarebbe mosso autonomamente rispetto alle dinamiche del Pd e del congresso”.

Quindi è un’altra prova del fatto che Renzi sta lasciando il Pd per dar vita ad un nuovo soggetto politico?

Mi pare evidente. Penso che Renzi ormai non concepisca più la politica se non come l’esercizio di un ruolo personale all’interno di un contenitore dove lui possa essere il numero uno. Non è in grado di sostenere un congresso in cui l’oggetto non sia direttamente lui. Sta creando le condizioni per un progetto politico diverso dove possa continuare comunque ad esercitare un ruolo tutto suo. Nel Pd di oggi, indipendentemente da chi vincerà o avrebbe vinto il congresso, ciò non sarebbe possibile perché anche Minniti avrebbe fatto il segretario con una sua personalità e una sua linea”.

Però all’inizio la candidatura Minniti era stata in qualche modo “benedetta” da Renzi. Cosa è successo in questi ultimi giorni da convincere l’ex segretario a scaricarlo?

“Ho l’impressione che un po’ tutti abbiamo commesso un errore di interpretazione rispetto a ciò che è avvenuto nelle ultime settimane. Forse la candidatura di Minniti era più un’operazione dei renziani ma senza Renzi. Per renziani intendo i vari Luca Lotti e Lorenzo Guerini che si sono spesi fino all’ultimo perché la candidatura Minniti restasse in campo. Diamo forse troppo per scontato che in questo momento Renzi e i renziani siano un corpo unico. Mi pare invece che questa vicenda dimostri ulteriormente come Renzi si stia muovendo in un contesto post Pd che non prevede neanche di imbarcare tutti quelli che fino ad oggi si sono considerati renziani. Lui probabilmente non vuole troppe zavorre, non vuole costruire una scialuppa di salvataggio per chi lo ha seguito sempre, con la presentazione al congresso di una candidatura che possa unire tutti i renziani. Lui vuole giocare una partita diversa, portandosi dietro soltanto quei dirigenti che sa possano essergli davvero utili e scaricando tutti gli altri”.

A questo punto cosa potrà accadere? Spunterà un altro candidato renziano o presunto tale, o la sfida sarà ristretta al duo Martina-Zingaretti?

“Difficile dirlo. A questo punto mi aspetterei davvero di tutto. Non escluderei nuovi ingressi, come penso non sarebbe da stupirsi di nuovi ritiri”.

Ma il Pd è così messo male da non riuscire nemmeno a portare avanti le candidature? Con queste premesse come si può pensare di rilanciare il partito con le primarie e il congresso?

“Ho letto sia l’intervista di Minniti che quella di Delrio. Non mi sembra proprio che il Pd si stia incamminando verso una discussione congressuale utile a superare la situazione in cui si trova. Leggo interviste di dirigenti stimabili che dicono un sacco di bugie e cose ipocrite sui veri conflitti e sui veri problemi politici che attraversano quel partito. In un contesto del genere chiunque si candiderà e vincerà, non risolverà nulla. Mi dispiace in primo luogo per Nicola Zingaretti. O il Pd accetta di guardare in faccia le proprie contraddizioni, i suoi errori, i suoi problemi di rapporto con la società italiana, o altrimenti il congresso sarà soltanto una perdita di tempo. Continuare a ripetere il mantra dell’unità quando è evidente a tutti che questa al momento non c’è, non serve a nulla se non a certificare il fallimento del congresso prima ancora che inizi”. 

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