DIECI PICCOLI SAGGI…E POI NON NE RIMASE NESSUNO

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La notizia del mese in campo politico è la nomina di Dieci Saggi da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mossa messa in campo per tentare di sbrogliare la matassa venutasi a creare con il risultato delle recenti elezioni politiche.

Come nel romanzo di Agatha Christie, l’invito dei Saggi può rappresentare lo spunto per un avvincente giallo politico-istituzionale in cui i protagonisti ricevono un invito (in questo caso la nomina) per partecipare ad una sorta di “allegra riunione”,  finalizzata stavolta  a facilitare il farraginoso dialogo sulle riforme.

Anche qui, come nel romanzo della Christie, ogni partecipante è  – più o meno manifestamente – accusato di nefandezze. I nostri dieci Piccoli Saggi, infatti, hanno compiuto le loro, in pieno stile “Prima Repubblica” e come d’abitudine con tal destrezza da non essere perseguibili dalla giustizia.

Ma perché affidarci ai Saggi? Siamo per caso stati in balìa di un branco di stolti fino ad ora?

Il paese non ha bisogno di saggezza: di quella ce n’è anche troppa. Il paese ha bisogno di slancio, ha bisogno di energia, di orizzonti vasti, di idee nuove e nuova linfa istituzionale. Il paese ha bisogno di giovani.

Si: persone anagraficamente G I O V A N I. Certamente competenti e necessariamente sensibili, nuovi e volitivi, con la loro follia e la loro esuberante emotività.

Ma ancora una volta assistiamo al deprimente spettacolo della stessa polverosa classe politica di sempre, che gigioneggia tra pseudo-risse dal gusto grottesco e meschine strategie da faccendieri istituzionali. Insomma: le solite classi dirigenti dei soliti partiti politici. Roba da mercatino dell’usato, con la differenza che, almeno  lì, il riciclo serve a qualcosa. E i giovani stanno alla finestra.

A guardare con una punta di tenerezza, e un malcelato imbarazzo, queste vecchie figure che “qualche briccone satirico sostiene che abbiano barbe grigie, che le loro facce siano grinzose, che i loro occhi spurghino ambra densa e gomma di susino e che abbiano una gran deficienza di senno assieme a natiche molto deboli…tutte cose, signore e signori, che, quantunque anch’io le creda possentemente e potentemente, non mi pare onesto metterle giù in questo modo”  (Shakespeare, Amleto).

La Christie però procede prudentemente alla progressiva eliminazione dei piccoli saggi secondo le modalità espresse in una simpatica filastrocca popolare.

E noi, persa la speranza in una giustizia meno comica, restiamo con l’illusione  di un pittoresco esito in rima:

“Solo, il povero negretto

in un bosco se ne andò:

ad un pino s’impiccò,

e nessuno ne restò”.

Gianluca Migliozzi