“All Eyes On Rafah”: chiunque abbia navigato sui principali social media in questi giorni non può non aver visto quest’ immagine generata con l’intelligenza artificiale che riproduce un campo profughi palestinese fatto di migliaia di tende posizionate in una pianura tra le montagne.
L’immagine è stata condivisa da milioni e milioni di persone (compresi VIP e personalità pubbliche), che chiedono di tenere alta l’attenzione sulla città della Striscia di Gaza e sul conflitto in generale.
Lo slogan – tradotto “tutti gli occhi su Rafah” – è stato anche usato recentemente in numerose manifestazioni filo-palestinesi e trarrebbe origine da commenti espressi da Rik Peeperkorn, il rappresentante dell’OMS per Gaza e la Cisgiordania.
Non mancano tuttavia le polemiche: alcuni utenti denunciano quella che secondo loro è un’operazione di propaganda.
Altri invece contestano l’uso di un’immagine finta e si chiedono per quale motivo un’immagine generata dall’IA stia riscuotendo ora tanto successo, dato che il conflitto va avanti da mesi e che ci sono moltissime fotografie reali che testimoniano del dramma umanitario che si sta vivendo nella Striscia.
La domanda sorge spontanea: il semplice repost di una storia può essere definito “attivismo”? Ni.
Si tratta del cosiddetto “slacktivism” ovvero l’attivismo da poltrona, quello dei pigri. Si tratta di una tendenza molto presente oggi sui social, che consiste nell’appoggio a un movimento politico semplicemente attraverso delle azioni mediali. Insomma, una forma di attivismo fondata sulla convinzione che il mondo cambi grazie ad una condivisione, un repost, una storia.
C’è poi la polemica sul fatto che quello che hanno visto tutti questi occhi puntati su Rafah non è davvero Rafah.
Quindi perché è stata scelta un’immagine fake?
Il motivo è che quest’immagine rappresenta una delle poche “testimonianze” di quello che sta succedendo a Rafah, la cui diffusione è stata limitata o addirittura impedita da Instagram, che ha rimosso moltissimi video e tantissime fotografie postate da giornalisti palestinesi presenti a Rafah.
La ragione della limitata diffusione e della frequente rimozione è proprio Meta. La società è infatti accusata fin dall’inizio della guerra di censurare le immagini degli attacchi a Gaza limitandone la diffusione o nascondendole dietro avvisi di contenuti sensibili perché le immagini costituiscono una violazione delle linee guida della piattaforma.
E allora com’è possibile che questa volta non c’è stata nessuna censura? Il merito è proprio dell’IA.
Il fatto che la scritta “All Eyes on Rafah” sia parte integrante dell’immagine, costituita dalle tende dei rifugiati disposte in modo tale da formare le lettere che compongono la frase, avrebbe reso difficile il lavoro dell’algoritmo, che non ha individuato le parole che solitamente lo mettono sull’allerta (Gaza, Palestina, Rafah, appunto).
E poi c’è il fatto che nell’immagine non c’è violenza di nessun tipo: solo un panorama.
La storia è quindi riuscita a sfuggire alle maglie strettissime – per quel che riguarda quel che avviene nella Striscia di Gaza, almeno – della moderazione di Meta e a diventare una delle più condivise nella storia di Instagram.
Il problema che però diversi utenti hanno sottolineato è che quell’immagine che tutti stanno condividendo non racconta nulla a parte sé stessa. Non mostra niente di Rafah, non racconta niente delle persone che a Rafah si sono ritrovate intrappolate e massacrate.
«Quella che si vede in quell’immagine non sembra nemmeno Rafah», ha spiegato una tiktoker in un video in cui ha invitato coloro che hanno condiviso la storia: «A fare di più. Partecipate alle proteste. Un’immagine realizzata dall’AI non basta».
