Festa del Cinema: arriva il Colibrì, una storia di Resilienza

martedì, 18 Ottobre 2022
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In un momento fluido e liquido come il tempo presente, probabilmente nessun film avrebbe potuto rappresentarlo meglio de Il Colibrì. Regia di Francesca Archibugi, con un eccellente Pierfrancesco Favino e un superlativo Nanni Moretti.

Il Colibrì è un dispiegarsi di parentesi di vita, quelle di Marco Carrera, tutte perlopiù profondamente dolorose che si dipanano lungo il sottile filo della forza dei ricordi, ripercorrendo un‘esistenza, la sua, fatta di molte amarezze e rare felicità, dove l’aiuto del demiurgo esterno, Daniele Carradori, psicoanalista della moglie, rappresenterà la zattera a cui ancorarsi per resistere stoicamente ai flutti della vita, senza che questa riesca mai a logorarlo.

Il Colibrì è dunque una storia di resilienza.
E quante volte, e quanto più come durante i passati anni della pandemia, abbiamo sentito pronunciare questa parola? Marco resiste e persiste – obdura come direbbero gli antichi, agli urti più violenti che la vita possa presentare a un uomo – tra cui la morte di una giovane figlia, il tradimento di una moglie poi impazzita, l’effimera illusorietà di un legame d’amore – opponendosi agli stessi con le potenti armi dell’allegria e dell’illusione.

E oggi, al tempo della resilienza, quali armi si hanno per obdurare, se non quelle della ironia – che nella sua primigenia accezione è appunto una dissimulazione, e della nostalgia – intesa come rifugio nel guscio sicuro di un ricordo passato?

Il Colibrì è, infatti, anche una storia di nostalgia intesa come algos, il dolore del ritorno a quell’amore di gioventù, mai consumato e per questo sempre anelato e che in quanto mai esistito “vince, vince sempre”, come dirà la stessa Luisa, fiamma mai sopita del giovane Marco.
“A me la mia vita mi piace, me la tengo così com’è” dirà Marco con la tipica gorgia toscana nell’epilogo di questo film palindromico. Tra un presente plumbeo e un futuro incerto, qual è allora il messaggio del colibrì, bello ma piccolo, che resilientemente batte le ali restando fermo e facendo un’immane fatica per vivere?

È nella stoica e mai rassegnata accettazione del flusso dell’esistenza, mantenendosi sé stessi seppur in un mondo che cambia, mai cinici e inariditi, aggrappandosi ai ricordi belli del passato ma guardando al futuro con gli occhi della speranza, qui rappresentati dalla nipotina Marijian – nome giapponese che non a caso vuol dire l’uomo del futuro, con la forza d’animo di chi non smarrisce mai il senso dell’esistenza stessa e anzi, ne va perennemente alla ricerca.

Loredana Capobianco

 

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