Cala il sipario su uno dei campionati del mondo di calcio più discussi e discutibili della storia dell’intero sport, sigillato da una partita – quella tra le maglie bleus della Francia e le albiceleste dell’Argentina, a dir poco epica ed epocale.
Una partita che com’era prevedibile, ma che nessuno ne avrebbe mai potuto immaginare le rocambolesche vicende e il funambolico epilogo, ha visto un confronto tra fenomeni: l’esperienza di Lionel Messi contro la giovinezza di Kilian Mbappè. E non a caso il primo portava in dote ben sette palloni d’oro contro zero del giovane e talentuoso francese.
Messi, la pulga del calcio, che vanta sangue italiano sia per parte materna che paterna, ha una storia che come risaputo sembra tratta da un moderno romanzo Cuore. Una storia dove sua nonna Celia, madre di sua madre, è la prima e l’unica tra tutti i familiari a intravedere le caratteristiche e il genio di quel piccolo e gracile bambino che avrebbe un giorno raggiunto il tetto del mondo. E mentre la pulce esultava alzando gli occhi al cielo, eterno segno di ringraziamento verso quella nonna che più di chiunque altro ha creduto in lui, domenica, sulla terra, o forse più precisamente sulla terra verde qatariota, Messi stringeva a sè un’altra donna, sua madre, nel calore di un abbraccio il cui valore non ha prezzo neppure per uno dei calciatori più ricchi della storia e del pianeta.
In attesa di stringere la coppa più preziosa del mondo del calcio, la pulce abbracciava quella madre che a sua volta stringeva forte il figlio campione, singhiozzando di lacrime che sapevano di sfogo e sacrifici, illusioni, amarezze e scommesse su quel corpo un tempo macilento e oggi padrone del mondo, nato per essere sottratto alla storia ed entrare nella leggenda.
Passi il talento, la tecnica, la tenacia, l’impegno e la perseveranza ma non si va da nessuna parte se non c’è qualcuno che ti dice che ce la puoi fare, che mette una punta di bianco dove tutti dipingono di nero, che si proietta nel futuro nutrendosi di speranza dove i più riescono a vedere solo la realtà del presente con i suoi limiti. E solitamente quel qualcuno si chiama Madre.
Per questo e per un’infinità di esempi che costellano la storia dell’uomo, madre è colei che modella un bruco di cera con un sospiro d’amore per una farfalla al suo primo volo; è una radice salda e profonda che permette di non temere flutti e venti; è concime di una pianta che spesso cresce agitata dalla tempesta; è un pensiero che tocca le distanze siderali; è un abbraccio che si prende le paure e le riempie di coraggio; è il vento che soffia nell’angolo morto delle vele quando queste sbattono all’impazzata ma l’imbarcazione resta ferma.
È l’inizio e la linfa di un sogno, spesso di un sogno infinito, quello stesso simbolo dell’infinito ironicamente logo di questo mondiale che passerà alla storia con le sue infinite ombre, salvo la luce proiettata dai potenti riflettori del calcio sull’infinito abbraccio tra una madre e il suo piccolo, immenso campione.
Di Loredana Capobianco



