Cala il sipario sulla 73ª edizione del Festival della canzone italiana. 28 cantanti, cinque serate, tre presentatori, Due vite, e un solo grande protagonista: l’ego, da portare sul palcoscenico come un abito abbagliante, un motivetto che ti entra nelle orecchie, l’ospite che non ti aspetti.
È stato il festival dove tutti dovevano essere e sentirsi se stessi, e questo hanno portato in scena, anche troppo. A cominciare dalla Chiara social-nazionale e più che mai internazionale: con il suo monologo Ferragni-centrico, ha parlato di sé con sé, come un sole che ruota intorno a se stesso e che illumina una popolazione di quasi 30 milioni di persone. Riflessioni egocentriche se non a tratti egotiche, apparentemente sapientemente bilanciate dai suoi abiti-manifesto che superano il suo sé e si estendono universalmente al genere umano – messaggi contro l’odio e le convenzioni imposte dal patriarcato, per i diritti umani, la libertà del corpo, la donna genitrice ma non solo.
Parla di sé anche l’altra Chiara, l’attrice che recita – non recitando però, e senza carica retorica, lo spinoso tema della maternità mancata. Lei, che un decennio fa e per una sardonica ironia dello spettacolo, aveva interpretato i fotogrammi di una commedia italiana nel cortometraggio “La bella estate“, dove viene ritratta come madre portatrice di valori forti come la famiglia, le radici, la casa.
In un contesto che vede decine di personaggi salire su quell’ambito palcoscenico, e dove la maggior parte porta l’attenzione sul proprio Io – il più ingannevole e autoreferenziale dei pronomi, c’è da chiedersi: ma dove finisce il rispetto per l’altro quando a questo non si da importanza, e quindi un senso? Per un Blanco che pur di essere se stesso distrugge in Eurovisione un’intera scenografia perché “tanto in qualche modo dovevo divertirmi“, o per un bacio punk fuori dalle regole che scatena l’incredulità dello stesso protagonista (neppure tanto malcapitato vista la visibilità di cui si autociba) perché “mi ha preso l’amore e volevo mandare un messaggio di libertà e uguaglianza“, dov’è finito il rispetto del luogo dove si è e quindi degli altri, dando ad essi rilievo tanto quanto al proprio Io.
Quanto più la società cresce, tanto più la distanza verso l’oggetto dell’osservazione diminuisce, creando un universo fatto di innumerevoli e indistinguibili microcosmi – esattamente come quell’oltre miliardo di abitanti dell’universo Instagram, che annulla il concetto dell’altro da me, ignorando che la società è il legame formato da mille complicità, viscerali e profonde, che unisce, se non tutti, almeno quelli che in fondo concordano che “la musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare”.
Loredana Capobianco



