Sbarchi, se crolla l’argine della Tunisia sono dolori per tutta l’Europa, a partire ovviamente dall’Italia. Lo Stato nordafricano è in gravissime difficoltà economiche. Le conseguenze di un suo eventuale default sarebbero catastrofiche.
Già in questi giorni si possono constatare gli effetti dell’indebolimento di Tunisi. Gli sbarchi sono aumentati in numero preoccupante. E, con gli sbarchi, sono purtroppo aumentati anche i naufragi al largo della costa tunisina. Le partenze sono pressoché ininterrotte, soprattutto dal porto di Sfax. Il costo umano comincia a essere pesante: 100 vittime in pochi giorni. Ma i disastri avvengono, al momento, lontano dalle coste italiane. E i professionisti dell’indignazione tacciono, visto che non possono alzare il ditino accusatore contro il nostro governo. In compenso continuano a incitare le ong, che con le loro segnalazioni, spesso inutili, complicano non poco la vita della nostra guardia costiera.
Ma tra sei o nove mesi – è il periodo di autonomia di Tunisi prima della bancarotta – potrebbe accadere l’inimmaginabile: gli sbarchi arriverebbero a novecentomila in poco tempo. Ai disperati dall’Africa subsahariana, senza più controlli e barriere, si aggiungerebbero tanti tunisini finiti sul lastrico e senza speranza di riscatto.
Uno scenario da vero incubo. Che però potrebbe essere scongiurato se arrivasse tempestivamente il ventilato prestito a Tunisi da parte del Fmi: 1,9 miliardi di dollari la cifra promessa. Ma gli Usa di Biden si sono messi di traverso. Il finanziamento è bloccato. E con una motivazione incredibile: «I soldi – fanno sapere dal Dipartimento di Stato – arriveranno a Tunisi solo se ci sarà una svolta riformista dopo la deriva autoritaria».
Roba da matti: sta per scoppiare una emergenza umanitaria senza precedenti nel Mediterraneo, con sbarchi ed esodi biblici nel prossimo anno, e la coppia Washington-Fmi che fa? Si mette a sindacare le scelte del presidente tunisino Kais Saied accusandolo di «deriva autoritaria».
Che cosa c’è sotto? Innanzi tutto ci sono i famigerati piani di “aggiustamento strutturale” del Fmi (in pratica i soliti tagli selvaggi alla spesa sociale) che Tunisi è riluttante ad accettare. Saied, in particolare, non sembra avere alcuna intenzione di abolire i sussidi sui beni di consumo di base. E il presidente è talmente “autoritario” da trovarsi, su questo tema, in pieno accordo con le opposizioni.
Ma, a dare fastidio a Biden e ai “sacerdoti” del rigore finanziario, sono anche i toni di usati da Saied nella difesa della «sovranità nazionale» dai «diktat stranieri». Come dare torto al presidente tunisino? Come si fa ad accettare l’idea di affamare la gente in nome dell’ortodossia Fmi ?
Ma non c’è solo un fatto ideologico dietro il blocco degli aiuti a Tunisi. C’è probabilmente anche il disegno, geopolitico, di tenere alta la tensione nell’area del Mediterraneo, infischiandosene grandemente se le ulteriori fibrillazioni nel nostro bacino dovessero produrre instabilità in Italia e in altri Paesi europei. Tanto gli sbarchi à gogo avverrebbero a migliaia e migliaia di chilometri dalla costa americana.
È per questo che il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si sta muovendo come un forsennato per sbloccare gli aiuti finanziari a Tunisi. La sua proposta è quella di un approccio pragmatico alla questione tunisina. La linea è di consentire i primi aiuti in «attesa di riforme e di una verifica sui passi avanti». Sulla stessa linea anche l’Ue, con Joseph Borrel e Paolo Gentiloni. Anche a Bruxelles sono preoccupati per un possibile default della Tunisia «in quanto vicina e ovviamente una partner». L’onda d’urto di sbarchi incontrollati e incontrollabili si farebbe sentire ovunque, nel Vecchio Continente.
Agli Usa, gli europei chiedono in definitiva un po’ di duttilità, pragmatismo e buona volontà, soprattutto in questo periodo di ricompattata “coesione Nato”.
Ma dovrebbero pur sapere che il vento “atlantico” spira solo in una direzione, quella favorevole agli interessi Usa.

