L’economia è una brutta bestia; fissata com’è su fatti e cifre, si ostina a non dar retta alle opinioni politiche prevalenti, che vorrebbero l’Italia di Meloni destinata allo sfascio e alla decrescita infelice, e segnala per il 2023 una crescita dello 0,9 per cento, parecchio superiore allo 0,6 per cento calcolato nella Nota di aggiornamento al Def dello scorso novembre.
Il tutto mentre l’Europa, soprattutto quella che conta, fa i conti con crescita zero o addirittura, come nel caso di Germania e Regno Unito, il rischio recessione. E il resto del mondo non se la passa meglio: secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale la crescita globale nel 2023 sarà la più bassa dal 1990.
Gli ultimi dati sono stati forniti dal ministero dell’Economia, e mantengono secondo i tecnici di via XX settembre un approccio «prudente e serio», vale a dire che forse gli interventi promossi dall’esecutivo potrebbero portare a un dato finale addirittura più alto. Secondo Giorgetti infatti «Le previsioni sono in miglioramento: ci aspettiamo variazioni congiunturali positive del Pil nella prima metà dell’anno che ci porteranno a rivedere leggermente verso l’alto l’obiettivo di crescita».
Soprattutto se le nuove assunzioni nella Pa, decise per mettere finalmente a terra i progetti del Pnrr fondamentali per continuare a ricevere i fondi promessi, verranno concluse nei tempi previsti. Il consiglio dei ministri ha programmato 3mila ingressi e autorizzato gli enti locali a stabilizzare gli assunti che entro il 2026 – ovvero entro il completamento dei piani del Pnrr – avranno maturato almeno tre anni di servizio. Tutto questo senza contare le assunzioni a tempo indeterminato dei professori precari, che si affiancheranno a quelle che verranno realizzate tramite i concorsi.
Certo la strada che il governo deve percorrere è lunga (c’è da approvare il decreto concorrenza, decidere se ratificare o meno il Mes, ridefinire le priorità dei progetti finanziati con i fondi europei) ma il sistema paese si sta rivelando un buon alleato della Meloni. Se l’inflazione continuerà a scendere e i prezzi dell’energia si manterranno sotto controllo, le nostre imprese potrebbero infatti mostrare una capacità di ripresa anche migliore del previsto. I tempi sembrano quindi maturi per implementare quella riforma fiscale che è una delle promesse cardine di questo esecutivo.
A mettere i bastoni fra le ruote al governo di Roma potrebbe essere però la solita Germania, che ha appena inviato alla Commissione Ue un documento che si fatica a non credere sia stato scritto apposta per l’Italia; Berlino ha infatti chiesto di fissare un livello minimo di riduzione del debito dell’1% annuo per i Paesi, come il nostro, con un debito superiore al 60% del Pil, fermandosi appena alla metà per gli altri (Germania ovviamente compresa). Non c’è dubbio che una regola del genere frenerebbe di molto le possibilità di spesa, e quindi di crescita del belpaese. Un altro elemento di preoccupazione sono gli alti tassi d’interesse, che rendono il credito più costoso per le imprese e inducono le più fragili a rinviare a chissà quando investimenti utili per la loro crescita.
Sarà bene quindi che a Palazzo Chigi si preparino a mantenere la barra dritta nel confronto con Bruxelles, sapendo che il resto d’Europa non ha alcuna voglia di vedere Roma crescere più degli altri.



