Una donna viene sbranata da un rottweiler, ma non vi preoccupate, il cane è stato portato in una struttura dove un istruttore provvederà a “recuperarlo”, perché grazie al cielo non esiste più la pratica barbara dell’abbattimento. Un ragazzo di 26 anni è stato straziato da un orso a pochi passi da casa, ma di sicuro quando lo ha visto non è rimasto immobile, come si consiglia, e in ogni caso si sapeva che da quelle parti possono esserci degli orsi, quindi un po’ se l’è cercata.
È piena di obbrobri come questi la copertura dei giornali italiani su due brutti casi di cronaca avvenuti lo scorso mercoledì. A Ventimiglia Patrizia La Marca è stata uccisa dal cane del fratello, cui aveva portato da mangiare, mentre a Caldes, in Trentino, il giovane Andrea Papi è stato attaccato da un orso mentre correva nel bosco dietro casa. Orso che, come i suoi simili, è stato “reintrodotto” nel 1999 con un processo finanziato dall’Unione europea (sì, spendono i fondi comunitari anche per queste belle imprese), e ormai si trova in compagnia di un centinaio di plantigradi.
L’attenzione dei giornalisti pare tutta rivolta alla sorte degli animali che hanno ucciso delle persone, e i commenti degli esperti interpellati puntano sempre a colpevolizzare le vittime, che sarebbero ree di condotte poco prudenti. Ampio spazio è stato concesso al presidente della Lega antivivisezione, che è arrivato a parlare di “vittime umane e animali”, prendendosela con “la gestione dell’orso” da parte della classe politica. Il Wwf invece, ricordando l’abbattimento dell’orso MJ5 del marzo scorso, ha parlato di ordinanze “immotivate e non proporzionate” ricordando che “la conservazione della popolazione alpina di orso passa infatti anche da una corretta gestione di episodi di questo tipo”. Sì, avete letto bene; corretta gestione.
Grottesca poi la ricostruzione fatta dai giornali dell’uccisione della donna; il cane impediva a chiunque di avvicinarsi alla donna ferita, considerandola una sua preda, e solo dopo due ore i carabinieri intervenuti si sarebbero decisi a sparare a una zampa dell’animale, facendo la massima attenzione a non ucciderlo. Intanto la donna giaceva in una pozza di sangue, con la testa, il torace, le spalle e l’addome dilaniati dai morsi della bestia, chiedendo sempre più debolmente aiuto. Si spera che questa ricostruzione si riveli errata, ma anche se si dimostrerà che i soccorsi alla donna sono stati portati in maniera tempestiva impressiona come le preoccupazioni dei redattori siano rivolte soprattutto al cane, che “per fortuna” non sarà abbattuto. E pure in questo caso gli esperti, interpellati dalla stampa, se la sono presa con la povera signora, colpevole di essere andata a dar da mangiare a un animale che non conosceva bene, mentre i lettori del Messaggero vengono rassicurati sul fatto che l’Asl di Imperia effettuerà accertamenti “sul benessere dell’animale”.
Ormai il processo di umanizzazione della fauna, domestica o selvatica non importa, ha compiuto un salto di qualità; siamo arrivati alla vera e propria adorazione idolatra della bestia, essere percepito in intima connessione con quella Natura con la quale in Occidente abbiamo sostituito Dio, buttando a mare millenni di civiltà occidentale per tornare ai riti animisti di quando vivevamo nelle caverne. Proprio un bel progresso.



