Leggendo i nomi proposti dalla premier Giorgia Meloni per coprire i vertici delle grandi partecipate di stato viene da domandarsi di cosa si lagnino i nostalgici del governo Draghi; quando si parla di decisioni “vere” (al netto quindi di proposte più o meno identitarie come la difesa dei balneari e la comunque benemerita lotta all’uso delle parole inglesi) questo esecutivo è a tutti gli effetti una perfetta prosecuzione di quello di Super Mario.
Basta guardare il pacchetto proposto, anzi imposto dalla leader di FdI agli alleati: a partire dalla conferma dell’ad di Eni Claudio Descalzi, che ormai accompagna Giorgia in ogni missione importante se c’è da fare accordi che riguardano forniture di energia. Anche in Poste si punta al terzo mandato dell’inossidabile Matteo del Fante, scelto la prima volta da Gentiloni e confermato una prima volta da Giuseppe Conte. Per quanto riguarda le facce “nuove” Stefano Donnarumma, già ad di Terna, verrebbe spostato in Enel, in modo da lasciare il posto a Giuseppina Di Foggia e non lasciare a secco le quote rosa.
Ma il vero capolavoro della Meloni sarebbe la scelta come nuovo ad di Leonardo, azienda al centro di attenzioni internazionali per il suo ruolo nel conflitto ucraino, dell’ex ministro della Transizione ecologia Roberto Cingolani, scelta che la premier vorrebbe fare in disaccordo persino con il compagno di partito e fedelissimo ministro della Difesa Guido Crosetto, che avrebbe visto meglio per quel ruolo il capo del consorzio missilistico Mbda Lorenzo Mariani.
Sono nomi che, al di là delle opinioni personali, appaiono del tutto in grado di assolvere i delicati compiti che verrebbero loro affidati, ma la loro scelta desta una certa perplessità proprio per la totale mancanza di cambio di passo rispetto al precedente governo, nonostante quella del rinnovo di metodi e uomini fosse stata una delle principali promesse della campagna elettorale di Fratelli d’Italia. Non solo; con il suo pacchetto già chiuso, che gli alleati potrebbero solo approvare, la Meloni sembra voler ricalcare proprio lo stile da leader solo al comando che tanto era stato criticato nel precedente inquilino di Palazzo Chigi. Pare che Giorgia sia stata sorda persino alle richieste del cognato Francesco Lollobridiga, che avrebbe brigato inutilmente per portare Maurizio Ferrante alle Poste.
Lega e Forza Italia, in effetti, in questa partita non sembrano toccare palla. Complici anche i malanni di Berlusconi Gianni Letta si è presentato debole al confronto, limitandosi a proporre per Enel il nome, subito bocciato, di Claudio Scaroni, colpevole agli occhi della super atlantista Giorgia (anche qui in piena continuità con Draghi) dell’accordo siglato con Gazprom quando era a capo dell’Eni.
Salvini invece pare stia facendo di tutto per convincere il compagno di partito Giorgetti, che su tutte le nomine ha potere di firma in quanto titolare del Mef, a non far passare nomi troppo sgraditi al Carroccio. Di sicuro c’è che l’unico nome proposto dalla Lega e forse avviato alla promozione è quello di Claudio Maria Rinaldi, che si accomoderebbe sulla poltrona prestigiosa ma operativamente poco rilevante di presidente dell’Eni.
Pur di far tener buono l’alleato Meloni sembra intenzionata a inserire nell’ordine del giorno del consiglio dei ministri che ufficializzerà le nomine l’approvazione dei lavori per il ponte sullo Stretto. Matteo avrà così la sua bandierina da piazzare di fronte agli elettori e Giorgia potrà assicurarsi un controllo pressoché totale di tutte le aziende statali che contano. Draghi non avrebbe saputo studiarsela meglio.



