FdI si appresta a togliere la fiamma del Msi dal suo logo? I dirigenti del partito (per la precisione Donzelli e Foti) si sono affrettati a smentire le voci che circolano da qualche giorno in merito a questa “piccola” modifica nel simbolo politico attualmente più votato dagli elettori italiani.
«Deciderà la base», fanno sapere dai piani alti di FdI. Ma l’esperienza politica italiana ci insegna che, quando c’è fumo, c’è anche arrosto, anche se non sappiamo ancora se tanto o poco. Certo è il fatto che l’ipotesi di spegnere la fiamma di Fratelli d’Italia è sul tavolo di Giorgia Meloni e dei suoi. I soliti bene informati sussurrano che il cambiamento del logo di FdI potrebbe essere una delle condizioni poste da Manfred Weber, presidente del Ppe a Strasburgo, per la riuscita dell’operazione popolari/conservatori volta a regalare una nuova maggioranza al Parlamento europeo dopo le elezioni del 2024.
Insomma, dietro la questione del simbolo di Fratelli d’Italia c’è un’ambiziosissima operazione politica, che dovrebbe portare a un cambiamento degli equilibri politici continentali e che vedrebbe al centro proprio Giorgia Meloni, con il prevedibile aumento di peso della destra italiana a livello internazionale. L’ipotesi di accordo tra conservatori e popolari prevedrebbe anche il rinnovo di Ursula von der Leyen nella carica di presidente della Commissione Ue. E questa ipotesi spiegherebbe, tra le altre cose, la corrispondenza di amorosi sensi di queste ultime settimane tra la numero uno di Bruxelles e la numero uno di Roma.
Va da sé che il passaggio è comunque delicato. E ciò spiega l’odierna prudenza dei dirigenti di FdI. I simboli sono ancora cruciali in politica. Ne sa qualcosa Gianfranco Fini, che nelle elezioni europee del 1999 tentò uno sfortunato “esperimento” di immagine: nel simbolo di Alleanza nazionale comparve l’elefantino dei repubblicani americani, a suggello dell’accordo stipulato tra il leader della destra e Mario Segni. Gli elettori di An, ancora fortemente indentitari, percepirono un riposizionamento ideologico del partito e dissero di no all’operazione di incontro tra la destra nazionale e la cultura liberaldemocratica. E dire che la fiamma, ancorché rimpicciolita, rimaneva pur sempre nel logo di Alleanza nazionale.
L’operazione di modifica del simbolo di FdI presenta quindi i suoi rischi. Ma alla premier potrebbe convenire correrli vista l’alta posta in gioco a livello europeo. In ogni caso, al possibile esperimento del simbolo, manca ancora un anno e ci sarebbe tutto il tempo di fare abituare gli elettori al cambio di logo.
Va anche considerato che, originariamente, nel simbolo di Fratelli d’Italia non c’era la fiamma ma una sorta di nastro tricolore. FdI non poteva dieci anni fa esibire il vecchio logo del Msi perché l’intero simbolo di An apparteneva all’omonima fondazione. Fu solo dopo una non facile contesa tra FdI stesso e le altre componenti della fondazione che al partito di Giorgia fu consentito di esporre la storica fiamma. E si trattò di un fatto provvidenziale per Fratelli d’Italia, vista l’aspra concorrenza che gli faceva la Lega di Matteo Salvini, in quel momento in grande ascesa. Diciamo che, dopo la “guerra civile” a destra degli anni precedenti, FdI poté in un certo senso “ripartire” dalla fiamma chiamando a raccolta la parte di elettorato più identitaria.
Oggi la situazione è assai diversa. Il partito di Giorgia Meloni non ha bisogno di identità ma di un progetto capace di coinvolgere i settori strategici della società italiana mantenendo la sua centralità negli equilibri politici nazionali. E non c’è niente di meglio, per garantire la centralità nazionale, che assicurarsi quella internazionale.
E poi ci sono tutti i traguardi conquistati dalla leader di FdI in questo ultimo anno: la prima donna premier nella storia d’Italia, primo premier di destra. E mettiamoci anche che lo stato disastroso delle opposizioni consente alla Meloni un ampio e lungo respiro di governo.
Diciamo che Giorgia è nelle condizioni di cambiare la storia futura del nostro Paese. E non più di essere testimone della storia passata. È anche vero che, in politica, i simboli sono sostanza. Ma, se la sostanza cambia, è inevitabile che, prima o poi, cambino anche i simboli



