Ci sono voluti alcuni mesi, ma alla fine Giorgia Meloni ha finalmente messo mano alla Rai, rivoluzionandola come tutti si aspettavano. Via alcuni grandi nomi dell’informazione più o meno d’intrattenimento (da Fazio alla Annunziata passando per Gramellini), dentro alcuni fedelissimi che conoscono la leader FdI dai tempi di Atreju. Ma prima che si torni a parlare di epurazioni, di dittatura del pensiero unico della TV di Stato e di Rai in mano alla destra, sarà bene fare alcune considerazioni.
Prima di tutto, i grandi nomi in fuga non sono stati cacciati, se ne sono andati da soli. Forse Fazio non avrebbe ottenuto il rinnovo del contratto, ma il mensile specializzato “Prima comunicazione” aveva già parlato qualche mese fa di contatti con Discovery, che aveva nel mirino da tempo il conduttore preferito dalla sinistra italiana per un rilancio in grande stile di una TV che, nonostante la presenza di nomi di richiamo come Maurizio Crozza, ancora fatica a imporsi nel panorama della TV generalista.
Non parliamo poi della Annunziata, che ha deciso di andare via in completa autonomia, inviando una lettera ai nuovi vertici della TV di Stato, spiegando di non condividere “nulla dell’operato dell’attuale governo, né sui contenuti, né sui metodi”. Una decisione coerente e coraggiosa (per ora la Annunziata non ha firmato contratti con altre emittenti), ma che induce a domandarsi come mai sia rimasta in sella durante il governo gialloverde dell’improbabile duo Di Maio-Salvini, che forse era ancora più lontano dalle sue posizioni.
La situazione di Massimo Gramellini è ancora diversa. Molto apprezzato con il suo interessante e politicamente innocuo programma “Le parole”, in onda nel prime time del sabato su RaiTre. A quanto pare, il giornalista, firma di punta del Corriere della Sera, non ha saputo dire di no a La/ e soprattutto al suo editore Cairo, che sta cercando di ottimizzare al meglio tra TV e carta stampata la sua “scuderia” di giornalisti.
Detto chi se ne va, ci sarebbe da spendere due parole su chi è arrivato, ovvero sui “cosacchi” che, a sentire i politici di sinistra, si preparano a rendere sempre più faziosa l’informazione offerta da Viale Mazzini. E se non c’è dubbio che i personaggi di spicco della nuova tornata di nomine siano in vario modo vicini alla destra di governo, risulta difficile ignorare, in tutta onestà, le professionalità dei nuovi arrivati. Si pensi ad esempio al nuovo direttore del Tg1 Marco Chiocci, uno che certo non può nascondere la sua vicinanza a Giorgia, che l’ha voluto nonostante non avesse alcuna esperienza in TV, ma vanta anche un curriculum di tutto rispetto. Una vita spesa per il giornalismo, partendo dalle redazioni locali del Tempo, giornale dove poi passa alla cronaca romana infilando uno scoop dopo l’altro, per poi passare all’Indipendente e infine al Giornale, allora diretto da Vittorio Feltri, che sarà ben contento della sua scelta quando Chiocci lo ricompenserà con una serie di scoop sulla famosa Affittopoli, che coinvolse numerosi politici di primo piano del centrosinistra. Chiocci è poi passato al Tempo, ma come direttore, passando poi a dirigere anche l’AdnKronos.
Forse ancora più legato alla Meloni è il nuovo direttore generale Giampaolo Rossi, un intellettuale sì (ha un passato da archeologo, ma anche da ideologo nella Fondazione Alleanza Nazionale), ma contestatissimo a causa di alcuni articoli sulla Russia di Putin che, a giudicare da quanto accaduto negli ultimi 14 mesi, sono risultati come minimo incauti. Ma Rossi è stato lesto a stabilire subito buoni rapporti con i dipendenti della Rai, riaprendo subito i canali di dialogo con i sindacati e solo per questo risulta più simpatico di Fuortes, vissuto per tutta la durata del suo incarico come un alieno da rimandare al più presto al suo pianeta.
Grande scalpore ha infine destato la decisione di pensionare il quasi novantenne Corrado Augias, che il prossimo anno non sarà il conduttore di Rebus; la ribalta passerà a un trio di giornalisti di destra, ovvero Pietrangelo Buttafuoco, Marcello Veneziani e Alessandro Giuli, che dovrebbero dividersi il palco un mese a testa. Un test importante, perché Rebus è uno dei programmi culturali più apprezzati e il mantenimento dello share di Augias è considerato un obiettivo fondamentale.
La Meloni ha insomma deciso di posizionare pedine importanti; passata la solita ondata di polemiche, saranno i risultati a dover parlare per l’inquilina di Palazzo Chigi. Forse per la prima volta nella sua storia, la destra italiana non può più invocare uno stato di minorità nell’industria culturale italiana. Un’occasione storica, ma se verrà sprecata questa volta, non si potrà prendere la colpa solo la sinistra.



