Se la luna di miele tra il governo e i cittadini non è ancora finita, lo è di sicuro quella con i sindacati, che avevano concesso un’apertura di credito inusuale a Giorgia Meloni al momento dell’insediamento a palazzo Chigi. Tanto inusuale da far alzare più di un sopracciglio tra quanti, a sinistra, erano abituati a vedere Cgil Cisl e Uil non concedere neanche il beneficio del dubbio a un esecutivo di destra. Ma cinque mesi dopo i primi confronti sulle pensioni sembra proprio che l’intesa tra Giorgia Landini, Sbarra e Bombassei sia naufragata.
Nell’incontro di ieri al centro del confronto c’erano temi caldissimi, come una rivisitazione di Opzione donna e la concessione di scivoli non troppo penalizzanti per i lavoratori che vogliono uscire da fabbriche e uffici in anticipo rispetto a quanto previsto dalla legge Fornero (che dopo tanti anni e tante polemiche è ancora in vigore).
È vero che in questo momento, presa com’è dalla tegola del Mes che aspetta solo l’Italia per entrare in funzione, la Meloni non ha molto tempo da dedicare alle partite interne, e infatti mandato Marina Calderone a rappresentarla. Il problema è che la ministra del Lavoro non ha molto da offrire se non la disponibilità ad ascoltare; per le proposte del governo bisognerà aspettare almeno settembre, quando la bozza della manovra sarà a buon punto e si potrà capire quanti soldi si potranno destinare alle pensioni (e soprattutto quali categorie favorire, perché accontentare tutti è già fuori discussione). La Calderone ha proposto di lavorare durante l’estate al caro vecchio cronoprogramma, che farebbe arrivare preparati ai primi incontri dopo le ferie agostane ma soprattutto darebbe l’impressione che Palazzo Chigi non vuole perdere tempo.
Un approccio tutto sommato onesto, ma insufficiente per i rappresentanti dei lavoratori, che si sono lamentati di un incontro basato su inconcludenza e chiacchiere. Durissimo soprattutto Landini, che ha parlato di «un incontro negativo», di un governo che «non ha la volontà vera di aprire la trattativa» e addirittura di un ministro che «non ha alcun mandato».
Va però riconosciuto che come al solito il più pragmatico leader della Cisl Sbarra ha tenuto a fare qualche distinguo apprezzando «la riapertura del dialogo» e il fatto che la Calderone abbia «condiviso le priorità che abbiamo indicato nella nostra piattaforma, che per noi restano misure di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, costruire una pensione contributiva di garanzia per i giovani, ripristinare i vecchi requisiti per opzione donna».
Qualche piccolo risultato comunque sembra già delinearsi; anche per il 2023 si potrà contare su Quota 103, mentre la Quota 41 per tutti, senza alcun requisito di anzianità, viene confermata come obiettivo fondamentale per l’esecutivo, ma da raggiungere entro la fine di questa legislatura. Appuntamento insomma al 2027 o giù di lì per quella che era stata una delle principali promesse elettorali dell’attuale maggioranza.
Spiace che per l’ennesima volta né il governo né i sindacati abbiano provato a ragionare a soluzioni alternative al semplice pensionamento per i lavoratori che cominciano ad avere una certa età: nel resto d’Europa si sperimenta da anni con part time orizzontali e verticali, periodi sabbatici, spostamenti dei dipendenti anziani in funzioni di supporto per i più giovani. Ma in Italia il lavoro resta sempre in un limbo, vagheggiato come un miraggio da chi lo cerca e disprezzato come un fastidio dal quale liberarsi sindada chi ce l’ha.



