Gesti plateali e proteste divisive: Il lato politico dello sport

lunedì, 31 Luglio 2023
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Si dice che lo sport unisca: le persone in una squadra o in una competizione si sentono accomunate dall’amore per la disciplina, dall’impegno, dal sudore e dalle lacrime versate negli allenamenti, dall’adrenalina della gara…

Eppure lo sport sa anche rivelarsi divisivo, come nel caso della sciabolatrice ucraina Olga Kharlan, esclusa dai mondiali di scherma e inizialmente sospesa da tutte le competizioni della FIE (Fédération internationale d’Escrime) per non aver stretto la mano alla russa Anna Smirnova dopo averla sconfitta in pedana. L’atleta ucraina, aveva comunque allungato la sciabola in segno di rispetto per l’avversaria, che in tutta risposta è rimasta seduta sopra la pedana per 45 minuti in protesta contro l’iniziale decisione dell’arbitro italiano di non punire il gesto. Alla fine della giornata, la Federazione Internazionale di Scherma aveva comunque deciso di escludere la Kharlan dal mondiale e di sospenderla da tutte le competizioni, attirando moltissime critiche dovute soprattutto a una sospetta influenza russa sulla decisione dei giudici. Ciononostante, dopo un monito del comitato olimpico che invitava le federazioni internazionali di tutti gli sport ad avere maggiore sensibilità verso gli atleti ucraini, la FIE ha deciso di modificare il proprio regolamento nella sezione relativa ai saluti e alle esclusioni e di riammettere Olga Kharlan per il mondiale a squadre. 

Questo è solo l’ultimo di una serie di gesti plateali e momenti chiave nei quali lo sport diventa politica e si allontana dalla sua umanità e convivialità. La storia sportiva è in realtà piena di momenti che hanno segnato le relazioni internazionali e la politica interna. Dalle vittorie di Jesse Owens davanti ai nazisti durante le olimpiadi del 1936 fino all’iconico pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos durante i Giochi olimpici di città del Messico nel 1968 in onore dell’organizzazione politica dei “Black Panthers”. O ancora il massacro delle olimpiadi di Monaco nel 1972, quando l’organizzazione nazionalista palestinese “Settembre Nero” uccise 11 atleti israeliani nel villaggio olimpico.

È dunque inutile criticare il gesto della Kharlan? Forse sì, se da un lato infatti non tutti i russi sono filo-putiniani, e dunque non sarebbe giusto considerarli tutti colpevoli della guerra in Ucraina, dall’altro gli atleti hanno una piattaforma privilegiata dalla quale possono mandare messaggi, e quello della schermitrice ucraina altro non era che un attacco alla Russia come stato, e non direttamente alla Smirnova.

Certo, non sarebbe sbagliato pensare che lo sport debba concentrarsi sull’unire i popoli, e non dividerli. Nel lontano Natale 1914, la prima guerra mondiale fu dimenticata per un momento dai soldati tedeschi, francesi e inglesi a Yrpes, in Belgio, grazie ad una partita di calcio che segnò la storia dello sport e della guerra. Ma nella società moderna, con una propaganda russa totale che non lascia spazio ad azioni o pensieri che si allontanino da quelli decisi dai generali, dagli oligarchi e dal Presidente, non è neanche immaginabile che lo sport non sia usato come strumento politico. Cancellare gli spettacoli europei di Sergei Polunin, uno dei più talentuosi ballerini filorussi con ben 3 tatuaggi raffiguranti il volto di Putin è sacrosanto, così come non stringere la mano ad un altro atleta russo o escludere le squadre russe da tutte le competizioni europee di basket e calcio è giusto. Ad oggi tutto è politica, e chi non lo accetta, chi critica gli ucraini e chi pensa che lo sport debba astenersi dal trattare certi temi è cieco.

Quindi, nonostante possa rappresentare una visione politica in particolare, lo sport resta sport e gli appassionati vi restano legati ugualmente, manifestando allo stesso modo la loro passione e il loro amore per un atleta o una squadra, come verificatosi durante i Mondiali in Qatar dello scorso anno, duramente criticati per centinaia di ragioni ma comunque seguitissimo. La dimostrazione che, alla fine, la passione vince sempre, e che la politica rimane sempre in secondo piano.

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