Salario minimo – ecco le trappole vincenti della Meloni

lunedì, 14 Agosto 2023
2 minuti di lettura

Altro che spararla in tribuna: sul salario minimo Giorgia Meloni ha rilanciato la palla nel campo dell’opposizione, che ora non sa come giocarla. La partita della premier era cominciata l’11 agosto, quando a sorpresa aveva deciso di convocare – a Parlamento chiuso per le vacanze – i partiti della minoranza per discutere l’unica proposta economica che Elly Schlein e compagnia sono stati in grado di avanzare finora, ovvero la definizione di una paga oraria minima definita per legge.

La leader di Fdi avrebbe potuto cercare solo di guadagnare tempo, ascoltando l’opposizione e invitandola a riparlarne dopo la pausa estiva, e questo era quello che tutti si aspettavano. Invece la Meloni ha spiazzato alleati e avversari “depoliticizzando” il confronto e affidando al Cnel il compito di realizzare una proposta che accontenti tutti. Attenzione però; il Cnel non avrà il compito di quantificare un salario minimo, ma quello più ampio di fornire al Parlamento una proposta per la lotta al lavoro povero, ovvero quello che offre stipendi così bassi da non consentire di mantenersi decentemente.

La mossa è geniale per due motivi: da un lato toglie alla Schlein la possibilità di fare del salario minimo una battaglia identitaria e di sinistra da sfruttare per risalire nei consensi, dall’altro affida la questione a un ente “tecnico” ma amico, dal quale non si aspetta brutte sorprese. Il Cnel è infatti guidato da Renato Brunetta, ex forzista e ed ex ministro di Berlusconi, che pur non facendo parte di questo governo è sempre vicino al centrodestra. È quindi certo che qualunque proposta arriverà farà più contenta la maggioranza che la sinistra.

Probabilmente troveranno posto detassazioni di tredicesime e fringe benefits, nonché una serie di incentivi ai premi di produzione, ma difficilmente troverà spazio una vera e propria quantificazione di un salario minimo orario.

Non solo; con questo approccio è probabile che la Meloni riuscirà ad attirare a sé Calenda e Renzi, che pur stando all’opposizione sono sensibili alle richieste delle aziende e contrari a iniziative che mettano i bastoni tra le ruote agli imprenditori. Non a caso l’ex premier ha preferito restare fuori dalla proposta delle opposizioni, mettendosi alla finestra per sostenere magari una riforma del mercato del lavoro che possa migliorare le condizioni dei dipendenti senza arrivare a imposizioni di stampo socialista.

Con la sua azione la Meloni è infine riuscita a spaccare i sindacati: se la Cisl sembra mantenere un atteggiamento attendista e pragmatico, consapevole che qualunque imposizione di un salario minimo toglierebbe potere ai rappresentanti dei lavoratori, la Cgil ha già chiamato alla mobilitazione per ottobre. Ma sarà appunto una mobilitazione a metà, che mancando dell’unanimità dei tre sindacati confederali darà ben poco fastidio al governo.

All’opposizione non è rimasto quindi che lanciarsi nella cara vecchia raccolta firme per accelerare la discussione parlamentare di una legge che introduca un salario minimo di 9 euro lordi l’ora, di fatto cercando di fare concorrenza alla proposta del Cnel che, quando arriverà, rischierà di monopolizzare l’attenzione di social e stampa. Facendo diventare paradossalmente la lotta al lavoro povero una battaglia della Meloni.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.