Truffa a Hollywood con Barbie: noi riscopriamo “Miracolo a Milano”

lunedì, 28 Agosto 2023
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Questa volta, a contrastare l’irroramento venefico del Megaspot Barbie travestito da film e trionfatore al box office – Anima e ‘Dinero’ non sempre vanno a braccetto – vi proponiamo la riscoperta d’un capolavoro dimenticato, Miracolo a Milano, partorito nel ’51 dall’illuminato e illuminante binomio De Sica-Zavattini, trionfatore a Cannes, osannato da Garcìa Marquez, riproposto ora su ‘Cineautore’. Un super-super INTEGRATORE PER L’ANIMA. Quasi una trasfusione di luce… BUONA LETTURA!

 

Barbie ce l’ha fatta! Sbanca al box office, e fa sbiancare (di costernazione) lo spettatore di intelligenza quantomeno media. La pretenziosa creaturina dalle multiple identità – intrepida astronauta, contadinella Bio, indomito medico epidemiologo, accidentata su carrozzella, insegnante di yoga perché anche la trascendenza fa tendenza, succulenta pasticcera, danzatrice a cinque stelle, adorabile dog sitter et cetera – alla fine ‘ha pure scritto un film!!!’. Idiota come lei. Superpink, sweetie, bubble-gum e narcisista terminale come lei. Insieme ai suoi pseudocreatori della Mattel, l’ha coprodotto con Heyday e LuckyChap. Dico pseudocreatori perché è di pubblico dominio – lo narra anche Wikipedia! – che la perniciosa bambolina è il clone ammansito/decerebrato/desessualizzato di Bild Lilli Doll, la sua inquietante progenitrice tedesca. Dunque la Mattel non è manco stata in grado di partorire un prototipo originale. Ma siamo magnanimi, sorvoliamo sulle sue origini bastarde. E procediamo: l’American Barbie ha dannosamente sedotto e barbizzato due attori prima di lei affidabili e bravi per davvero ( Margot Robbie e Ryan Gosling). Ha messo in piedi una colossale, sfacciata operazione di marketing, imbavagliando (tramite arruolamento, si suppone) i recensori di tre quarti del globo. E ora immense folle plaudenti si spiaccicano sulla carta moschicida rosa e vischiosa della sua propaganda. Forse metterà le grinfie anche sull’ormai parzialmente rimbambito zio Oscar. Davvero superba. Una truffa mondiale. Leggere per credere i commenti inveleniti sul forum di Rotten Tomatoes, il superfamoso e accreditato aggregatore di recensioni, sia ufficiali che ufficiose (se gli spazzini del Barbie-Consenso non li hanno già indelebilmente cestinati, cosa più che probabile).

Che fare? Come difendersi? E come difendere gli altri dall’ignobile raggiro?
Propongo un antidoto, rintracciato da poco, casualmente, su Cineautore: un film italiano degli anni ’50, di non facile reperimento. Bianco e nero – quindi ci togliamo subito di bocca e dagli occhi l’appiccicoso rosa ‘bubble-gum’ di Barbie.

Titolo del film: ‘Miracolo a Milano’. Perfetto per un antidoto. Partiamo subito dal pedigree, perché senza non si va da nessuna parte, oggi…

…Ok, BING. Mi trovi per cortesia il famoso articolo di Garcìa Marquez su ‘Miracolo a Milano’ e ‘Zavattini’?
BING, per chi non lo sapesse, è il co-pilota (alias intelligenza artificiale) che Microsoft ci esorta a usare. Dopo fiduciosi tentativi durati tre giorni, e dove Bing l’ineguagliabile ha scorrazzato in tempo record per tutto il web riportando sempre l’osso sbagliato – ci vuole pazienza, crescerà, è solo un cucciolo! – faccio a meno del famoso articolo. Posterò solo poche righe di Marquez. Anzi, per far drizzare meglio le intasate orecchie contemporanee, ‘del Premio Nobel Gabriel Garcìa Marquez’. (dove il Premio, rigorosamente, precede l’Uomo. Come dire: la quercia precede la ghianda. L’imponente fronzuto alberone arriva bello e fatto. Magari lo porta Amazon. Ghianda, nascita, sviluppo e peripezie risultano del tutto opzionali, superflui direi).

Ma eccoci al Premio Nobel:
‘Credo – disse Marquez – che si possa affermare che la radice del realismo magico del romanzo latino-americano sia un film come “Miracolo a Milano”. Non c’è stato un tentativo di imitazione da parte nostra. Quel cinema ci ha solo svelato una realtà che noi eravamo abituati a guardare con occhi diversi. Il realismo fantastico della letteratura del nostro continente l’ha inventato Cesare Zavattini’

Udite, udite! L’ha detto un ‘Nobel’!! E come se non bastasse, il ‘Premio Oscar Steven Spielberg’ confidò al nostro Giancarlo Giannini, suo amico, che nella scena finale di E.T. aveva letteralmente copiato da noi, aveva sostituito insomma le scope di ‘Miracolo a Milano’ con le biciclette.
…Anvedi! Dù premi, regà…e poi americani! Uno de l’America der Sud, l’altro der Nord, hai detto gnente!…Ma che è ‘sto Miracolo a Milano’? E’ un film, no? Ambé, e ndò se vede?
‘Se vede’, come ho detto, su Cineautore. Ci arrivi comodamente da Prime.

Dati anagrafici: film, nato nel 1951. Nazionalità: italiano. Padri: Vittorio De Sica (regista), Cesare Zavattini, autore del romanzo ‘Totò il buono’, da cui è tratto. Sceneggiatura: la firmano insieme.
Zavattini: chi era costui? Un grande, che tutta Italia, dolce paese nostro perennemente smemorato, s’è quasi del tutto scordato. Mentre le due Americhe, Sud e Nord, lo straconoscono. Di più: lo ossequiano, lo copiano e ce lo invidiano.
Anche se Totò – il ridente protagonista – nasce sotto un cavolo, come un tempo usava nelle favole, non si può dire che Zavattini abbia scritto un film ‘fiaba’. Le fiabe rimandano a boschi, castelli, palazzi sottomarini, streghe filtri maghi e incanti. A un sopramondo che pochissimo ha a che spartire coi boschi, castelli e fondali sottomarini oggi praticati.

La Sirenetta di Andersen non è rintracciabile nelle lucenti e superfrequentate acque delle Maldive. O in quelle più titolate di Cavallo.

Le location di Miracolo a Milano sono grigie, dimesse, spoglie di qualsivoglia appeal. Parliamo della più sconsolata periferia milanese di allora: Lambrate. O della Milano nebbiosa e invernale di quegli stessi anni. Difficile ambientarci il meraviglioso, la fiaba. Eppure, miracolo numero uno, questo film ci riesce. Come fa? Se la bellezza è nell’occhio di chi guarda, la magìa è nell’obiettivo di chi inquadra.

Nell’aggettivo che si mette o si omette – per chi scrive. O – per chi dirige – nell’occhio che decide ‘il campo’, l’orario degli esterni per catturare ‘quella’ luce e non altra, il ‘chi’, il ‘cosa’, il ‘come’ dell’azione.

E di magìa, nella sottile malinconia a inizio film di questa Milano silente e infreddolita, ce n’è davvero tanta.

Ancor minore appeal presentano i veri protagonisti della storia bizzarra: i poveri. E mica tanto gentili: certe vociacce! Brutti da far spavento, vecchietti così grinzosi sdentati e denutriti che uno che vende palloncini spesso corre il rischio di volare in cielo insieme a loro, tanto è leggero. E bisogna allora essere lesti a tirarlo giù, infilargli mattoncini in tasca e uno sfilatino in bocca.

Ah, ma allora questi poveri sono fasulli! Se sono così lesti a tirar giù lo sfortunato, a nutrirlo, non apparterranno mica al dequalificato, vituperatissimo gender dei buonisti?
Tranquilli. Né buonisti né buoni. Hanno fame, hanno freddo conoscono l’invidia il litigio l’arraffo…ma hanno conservato minuscoli semi di speranza nelle pupille, nel sangue intirizzito. Totò, l’orfano benvisto dalle parti ridenti del cielo, sa come annaffiarli. Come farli germinare. Ed ecco i cenciosi ricordarsi di come ci s’inventa la vita, e toh! anche salvarla all’omino troppo leggero. Si riscoprono grandi improvvisatori, impresari finissimi del giorno per giorno. Nella gelida mattina d’inverno, quando escono lividi e rattoppati dalle baracche, fanno una scoperta geniale. Ce n’è anche per loro, di sole. Un flebile raggio che arriva fin giù, perforando le nebbie. Subito si organizzano. Tutti a correre dentro quel cono tiepido, stretti stretti l’uno all’altro, a battere i piedi, a mormorare ‘che bello’! Poi quel cono si stufa e si spegne. Si diventerebbe tristi, com’è durato poco! Ma ecco che ne piove giù un altro, lontano pochi metri, e allora tutti di nuovo sotto, felici del piccolo tepore ritrovato. E’ il breve sorriso del cappuccino con brioche dell’impiegato solitario, al mattino. Solo che per lui seguono cassa, portamonete e scontrino, a questi invece gli piove gratis, dal cielo.

Dal cielo viene anche il tramonto, e (suggerito da Totò) risveglia nei cenciosi lo spirito imprenditoriale. Si sono accorti che Tramonto fa box office. Eccoli che organizzano lo spettacolo. Tante sedie, spagliate, tre zampe, senza schienale, non importa, una lira l’una, tutti seduti a vedersi il film del tramonto. Nebuloso ma pur sempre tramonto. Poveri veri, senza speranza, senza futuro, possiedono però un fertilissimo bene: il presente. L’attimo, il qui e ora tanto sponsorizzato dai grandi maestri spirituali.

Il racconto prosegue felice, mai prevedibile, mai didascalico, ricco di snodi curiosi, inattesi, delicati, commossi, un incantevole rivolo d’arte purissima. Del tutto ignaro, o comunque aristocraticamente incurante degli sguardi censori che una volta concluso ne decreteranno la sorte. Alato com’è, strapperà subito il Palmarès al Festival di Cannes di quell’anno. Ma a De Sica, generoso regista/produttore, il gesto temerario di un film-poesia costerà carissimo. Lo indebiterà per anni. A causa, soprattutto, dei costosi effetti speciali che le sue evanescenti magìe richiesero. E della distruttiva accoglienza della critica, in Italia, sia da destra che da sinistra. La greve vendetta della forza di gravità, da sempre carceriera dell’anima. Guai a chi apre la gabbia.

Ci sono molti altri ‘grazie’ da dire, per un’opera come questa. A Zavattini, agli attori ‘veri’ (eccellenti), Stoppa, Gramatica, Bragaglia e altri che si amalgamarono splendidamente coi derelitti presi dalla strada. Grazie, naturalmente, a Cannes, e al lavoro certosino, appartato, della Cineteca di Bologna, cui si deve il restauro del film.
Grazie anche a Dio, perché ora ci è stato restituito. Approfittiamone.

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  1. Quanta delicatezza in queste parole! Parole in cui intravedo qualcosa di inafferrabile, di raro, di nascosto, molto nascosto: un filo di speranza…

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