Baby gang, il governo vara la stretta e l’opposizione grida alla repressione. Sembra la solita disputa tra buonisti e cattivisti. Ma non è così. Quella delle baby gang criminali e degli adolescenti armati sta diventando un’emergenza grave. E il fenomeno non può più essere preso sottogamba.
Per la cronaca ricordiamo che il giro di vite contro la criminalità minorile è contenuto nel decreto Caivano (dal nome del quartiere di Napoli dove è avvenuto lo stupro di due bambine) che è stato appena approvato dal Consiglio dei ministri. Desta impressone, tra le altre, la misura che prevede l’arresto in flagranza dei minori (dai 14 ai 17 anni) sorpresi a girare con una pistola carica in tasca. La segretaria del Pd Elly Schlein dice che il governo insiste «solo sull’aspetto della repressione, ma serve anche la prevenzione». Altrettanto critico il M5S: «L’azione repressiva – sostiene Vittoria Baldino, vicecapogruppo pentastellato alla Camera – non basta. Così si conquista solo il titolo dei giornali di domani, ma non si risolve il problema della marginalità sociale». Entrano in campo anche i vescovi, attraverso il presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi: «Il tema – dice – deve tenere sempre conto del contesto più ampio e della sfida educativa».
Vale la pena sottolineare che, ben più concreti delle gerarchie, sono i preti di frontiera come don Maurizio Patriciello, sacerdote del Parco Verde di Caivano, a diretto contatto con le baby gang più per feroci : «Caliamoci senza buonismo con la carità nella verità». Sul tema della criminalità giovanile, don Patriciello non dispensa zuccherini: «Ho sempre pensato che bisognerebbe abbassare la maggiore età di fonte a reati gravi come ad esempio l’omicidio di Giovambattista Cutolo, cioè a 17 anni sono uomini scafati».
Alla fine, lo scontro è tra astrattezza e senso della realtà. I buonisti, dentro e fuori la politica, non tengono conto che il mondo è cambiato, in peggio. E che i sociologismi di una volta non permettono più di capire quello che accade nelle menti dei giovani alterate da bombardamenti social, da un lato, e lassismo genitoriale dall’altro. I quattordicenni delle baby gang di oggi non hanno nulla a che vedere con i piccoli delinquenti di una volta, perché, a differenza di quelli, non hanno più il contatto con la realtà. I figli dei “quartieri-ghetto” degli anni Sessanta e Settanta avevano pur sempre famiglie concrete dietro le spalle, gente magari poverissima ma che comunque tentava di trasmettere un minimo di valori ai propri pargoli. I componenti delle baby gang di oggi hanno invece dietro il vuoto, famiglie sfasciate o inesistenti, la cui vita risente a sua volta della disgregazione etica e sociale degli ultimi anni. Invece che con gli insegnamenti dei genitori, tanti adolescenti crescono con gli stimoli, spesso criminogeni, dei social. E non ci si deve stupire se, quando delinquono, si abbandonano spesso alla violenza più feroce, gratuita, disumana.
Mettere tanti giovanissimi davanti alle loro responsabilità (come appunto arrestarli se sono pronti a uccidere qualcuno attraverso la pistola carica con cui girano) equivale a richiamare nelle loro coscienze il senso della concretezza, far loro intendere, che non è tutto consentito, che non è tutto gratis, che non è tutto un gioco.
Alla fine, non è solo repressione, ma prevenzione, come ha sottolineato la stessa Giorgia Meloni, quando ha osservato, presentando il decreto sulle baby gang, che la criminalità organizzata ha finora mandato facilmente in giro, per i propri scopi infami, minorenni armati contando appunto sulla impunità dei giovanissimi.
Alla fine, l’inesperienza degli adolescenti sulla via del crimine, da un lato, e il buonismo di politici e intellettuali lontani dalla realtà, dall’altro, convergono per favorire gli interessi delle peggiori mafie che agiscono nel nostro Paese.
Speriamo solo che i provvedimenti “repressivi” del governo portino a un recupero di ragione, che vuol dire innanzi tutto recupero del senso della realtà.



