“Temu”, l’app a basso costo e ad alto rischio?

martedì, 3 Ottobre 2023
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Stanno destando scalpore alcuni studi condotti e pubblicati questo settembre da “GrizzlyResearch”, azienda che si occupa di “produrre ricerche differenziate sulle società quotate in borsa” e sulla loro relativa sicurezza sotto il profilo informatico. 

Nell’occhio del ciclone vi sarebbe “Temu”, la piattaforma di e-commerce per dispositivi Android e ios di origine cinese, rilasciata l’estate scorsa e che conta già più di 100 milioni di download. 

La ricerca di “Grizzlyresearch” evidenzia come la piattaforma utilizzi un numero eccessivo di dati ed informazioni riservate dell’utente, con lo scopo di rivenderle ad altre compagnie per ricerche di marketing personalizzato. 

Secondo gli esperti che hanno condotto l’indagine, app come Temu non guadagnano sulle vendite di oggetti, che anzi risulterebbero spesso in perdita a causa dei prezzi bassi e dei costi di produzione, pubblicità e spedizione, ma grazie piuttosto alla vendita dei dati personali degli utenti che le utilizzano. 

Questo giustificherebbe le numerose promozioni e i coupon offerti a chiunque scarichi l’applicazione o la faccia scaricare ad un amico, molto spesso con dei bonus sui primi acquisti (nel caso di Temu si tratterebbe di 3€ e uno sconto del 20% sul primo articolo comprato). 

Inoltre, molte delle offerte presenti sull’app non sarebbero erogate nella versione web dell’e-commerce. 

Lo studio presenta una tabella in cui vengono riportati 18 criteri per valutare la pericolosità di un software, criteri che Temu presenterebbe dal primo all’ultimo. Tra questi spiccano la condivisione di file interni al dispositivo, l’uso della posizione in tempo reale dell’utente, l’accesso alla fotocamera, al microfono e anche alle notifiche ricevute. 

Analizzando gli stessi criteri, la piattaforma confronta anche altre app cinesi quali Tiktok e Shein, che ne presenterebbero rispettivamente solo 10 e 9. 

Alcuni utenti hanno poi utilizzato altri motori di ricerca specializzati nella valutazione sulla sicurezza di siti web ed app, riscontrando una probabilità che Temu contenga malware al 63%, dato superiore ad altre app già escluse dal Google Store poiché ritenute pericolose sotto il profilo della privacy, come “Pinduoduo” (60%). 

Proprio quest’ultima, fanno notare gli esperti, sarebbe gestita da “PDD Holdings Inc.”, la stessa multinazionale che detiene TEMU, e che lo scorso marzo è stata sospesa dai principali app-store poiché contenente dei malware. 

Non bisognerebbe, tuttavia, guardare alla questione con occhi eccessivamente ingenui. 

È infatti noto ai più che è in corso una vera e propria guerra commerciale e finanziaria tra Stati Uniti e Cina, guerra che quest’ultima sta nettamente vincendo sotto il profilo delle app per dispositivi. 

I dati relativi allo scorso marzo evidenzierebbero, infatti, che 4 delle 5 app più scaricate negli USA sarebbero effettivamente cinesi, tra queste troviamo in ordine: 

  1. Temu
  2. Cupcut
  3. Tiktok
  4. Shein 
  5. Facebook 

Solo alla quinta posizione troviamo una app programmata Oltreoceano. 

Non dovrebbe quindi stupirci se una piattaforma che in pochi mesi raggiunge 100 milioni di download possa rappresentare una minaccia commerciale non indifferente, specialmente se la sua diffusione avviene in modo esteso anche e soprattutto negli USA. 

Alcuni fanno poi notare che “Grizzlyresearch”, oltre a fornire valutazioni sulla sicurezza informatica di alcuni siti e app, è impegnata anche nella speculazione su asset finanziari, e l’avviare una campagna di attacco su Temu, per quanto strutturata e supportata da dati concreti, potrebbe rappresentare una strategia per acquistarne o farne acquistare le azioni ad un prezzo più conveniente, visto il suo potenziale. 

Anche in questo caso si tratta di ipotesi, certo è che in questa battaglia virtuale a colpi di allarmismo ed interdizioni, l’interesse finale parrebbe sempre di carattere più economico che garantista sotto il profilo privacy degli utenti e il caso che ha coinvolto Meta (Fb) nei mesi scorsi parrebbe essere la prova che nessun sito o app siano pienamente avulsi da un utilizzo ambiguo dei dati personali dei fruitori. 

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