Israele contro Hamas, l’aria si sta facendo elettrica e potrebbe bastare un nonnulla a scatenare un incendio di vaste proporzioni. Il che vuol dire, essenzialmente, allargamento del conflitto all’Iran, con il conseguente, inevitabile, coinvolgimento degli Stati Uniti.
La sequenza dei fatti delle ultime 48 ore non è per nulla rassicurante. Primo fatto: gli Usa inviano una seconda portaerei al largo delle coste di Israele e del Libano. Lo scopo è di avvertimento alle milizie di Hezbollah (armate fino ai denti dall’Iran) e all’Iran stesso a non aprire un secondo fronte a Nord dello Stato ebraico. Secondo fatto: la risposta iraniana non si fa attendere. Ed è minacciosa. Teheran fa sapere all’inviato dell’Onu in Medio Oriente Tor Wennesland che l’Iran potrebbe essere costretto a «intervenire» nel caso di un massiccio intervento di Israele a Gaza. Terzo fatto: il portavoce israeliano Daniel Hagari avverte Hezbollah di non prendere iniziative bellicose, altrimenti la reazione israeliana sarà «micidiale». Quarto fatto: parlando a Doha con uno dei leader di Hamas, Ismail Haniyeh, il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian dice che «nessuno può garantire il controllo della situazione» se Israele invade la Striscia.
L’esperto di geopolitica americano, Charles Kupchan, prova gettare acqua sul fuoco affermando, in un una intervista al “Corriere della Sera”, che il rischio di uno scontro tra Usa e Iran è «remoto», aggiungendo però che la situazione «potrebbe sempre sfuggire di mano». Del resto, sarebbe già ipotesi catastrofica se lo scontro si limitasse a israeliani e iraniani.
A complicare le cose ci potrebbe essere l’interesse russo e cinese (Pechino e Mosca si sono ancora di più avvicinate a Teheran nel corso della guerra in Ucraina) per l’eventualità che gli Usa si ritrovino in qualche modo impelagati in un conflitto in Medio Oriente. In tale senso andrebbe letta la minacciosa dichiarazione del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, secondo il quale «le azioni di Israele sono andate già al di là dell’autodifesa e che dovrebbero ascoltare gli appelli della comunità internazionale e del segretario generale dell’Onu e fermare la punizione collettiva del popolo di Gaza». In realtà, il primo a cercare di far desistere Benjamin Netanyahu dal proposito di scaricare sulla popolazione di Gaza il suo desiderio di vendetta è stato proprio il capo della diplomazia americana Antony Blinken.
Diciamo che appare almeno evidente il tentativo cinese di allargare il suo spazio di influenza anche al Medio Oriente. Di qui l’intenzione di spingere Teheran a tirare la corda. L’auspicio è naturalmente quello che, a furia di tirare, alla fine la corda non si rompa, con tutte le eventuali, disastrose conseguenze del caso.
A questo punto non rimane che sperare che la vera soluzione del conflitto passi per le possibili evoluzioni nel quadro geopolitico più specificamente regionale, in particolare per il ruolo che l’Arabia Saudita può giocare nella sistemazione della questione di Gaza, tenendo conto che Israele non ha alcun interesse a tenere in futuro sotto una permanente occupazione militare quella piccola striscia di territorio ad alta densità abitativa (e a insostenibile rischio di attentati). Una delle soluzioni proposte (e che avrebbe anche il favore della diplomazia americana) è quella di affidare l’amministrazione della Striscia all’Onu e alla Lega Araba, una soluzione che non si realizzerebbe mai senza l’appoggio di Riad, grande player geopolitico dell’area mediorientale. Il principe ereditario Mohammed Bin Salman avrebbe infatti tutto l’interesse a bloccare l’espansione dell’Iran nell’area, conseguenza inevitabile di una eventuale escalation del conflitto Israele-Hamas. Del resto, una delle prime interpretazioni dell’atroce offensiva lanciata dai terroristi palestinesi contro Israele è stata proprio il comune interesse, di Hamas e di Teheran, a fermare il negoziato tra israeliani e sauditi volto ad allargare a Riad gli accordi di Abramo. Questi accordi prevedono la normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico e Paesi della penisola arabica come Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Sarebbe un risultato storico, in vista della possibile pacificazione del Medio Oriente, se anche l’Arabia Saudita riconoscesse formalmente Israele.
Difficile oggi dire come andrà a finire. Tutto appare appeso a un filo. Il rischio, purtroppo concreto, è che il cinismo delle potenze geopolitiche mondiali possa sancire quel “nuovo disordine mondiale” che sta facendo inquietante capolino sulla scena internazionale da poco più di due anni.


