Camille Claudel resuscita a Chicago

lunedì, 13 Novembre 2023
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Vertiginosamente dotata, scultrice fin dall’infanzia, bella, prepotente, selvatica e occultamente fragile, Camille Claudel rischia, anche dall’adilà, di presentarsi al mondo con errato biglietto da visita.

‘L’allieva prediletta del grande Rodin’, ‘Ero l’amante di Rodin…’, ‘Claudel e Rodin, eros e thanatos..’, ‘L’affascinante allieva che fece impazzire d’amore Rodin…’. No, un momento, una precisazione: a impazzire fu lei, ‘l’affascinante allieva’, dopo la rottura della loro relazione. I restanti 30 anni della sua vita li passò segregata in manicomio. Giudici e carnefici furono i suoi diretti familiari: la madre, il fratello Paul, scrittore e diplomatico di sicura carriera, e Louise, la sorella minore. Camille morì in ospedale psichiatrico nel ‘43, probabilmente per denutrizione. In quegli anni di guerra circa la metà dei pazienti nei manicomi francesi morì letteralmente di fame. Nessuno dei suoi ricchi parenti presenziò ai funerali. I suoi resti finirono in una fossa comune.

È quindi presumibile che questa tragica Grande sarebbe lieta della mostra che l’Art Institute di Chicago oggi le dedica e che in primavera raggiungerà Los Angeles.
(Ci piacerebbe poter dire ‘…e in inverno Roma’, ma non è così. Auguriamocelo comunque.)

Una mostra ‘tutta per lei’, che raduna la maggior parte delle sue migliori sculture e così facendo le restituisce identità, singolarità e riconoscimento d’un percorso artistico d’altissima caratura.

Scorrendo le linee della sua accidentata biografia, vien fatto di ripensare a certe favole antiche, con la piccola principessa appena nata e radiosa, e il consesso di fate benigne che si china sulla sua culla. Ognuna col magico dono. Bellezza, famiglia benestante, coraggio, talento prodigioso, volontà, l’amore degli uomini. Ma ecco che arriva la Fata Nera, splendida e sprezzante, e getta nella culla il suo pomo venefico.

Nei suoi anni di smarrimento, Camille avrebbe subito inciso sul frutto bacato il nome che ormai esecrava: Rodin. Noi, con sguardo più distante e placato, ne incideremmo invece un altro: Louise Athanaïse nata Cerveaux. Sposata Claudel. Vale a dire sua Madre. Figlia di un medico di provincia, nipote di un parroco, di corto cervello, gretta, perbene, osservante fino allo spasimo, fu sempre matrignamente ostile alla figlia artista e trasgressiva.

Tra le fate benigne ve ne fu una di straordinario acume, che destinò Camille alla scultura in modo assai fantastico: imprimendo sulla sua infanzia il sigillo d’un paesaggio unico al mondo: ‘La Hauttée du diable’. Il cappuccio del diavolo. Si trova nella Francia del Nord, vicino a Villeneuve. Sbalorditive forme in arenaria che spuntano dalla terra e sembrano fuoriuscite dall’atelier d’un Gigante. Abbozzi, work in progress. Teste d’uomo malinconiche ma con tenero sorriso, un elefante accovacciato, una tartaruga con dimensioni da dinosauro, forse una donna, una vecchia, un cammello, un drago… Camille e il fratellino Paul, durante le loro interminabili villeggiature a Villeneuve, ci si perdevano. Oggi vi si perde il mondo intero, il turismo ha fatto circolare la leggenda. Ma allora, i due bimbi erano soli. La magìa agì indisturbata. A Villeneuve c’era la casa del nonno. E un terreno ricchissimo d’argilla. Il nonno aveva fatto anche costruire dei forni, per cuocerla e ricavarne tegole. Camille ci faceva cuocere le forme d’argilla che fin da piccola le sue mani avevano cominciato a impastare.

Se la madre la negava, il padre invece la sostenne, fin dai primi anni. Con l’incoraggiamento degli insegnanti, che subito s’accorsero dello straordinario talento figurativo della ragazzina. Di lei conoscevano solo i disegni, ma erano sbalorditivi. Così, nel 1881, la riottosa ma obbediente signora Claudel fu obbligata dal marito a trasferirsi a Parigi, dove i due figli maggiori Camille e Paul avrebbero potuto sviluppare al meglio le loro tendenze artistiche. Anche il maschio, infatti, pur non baciato dal talento come la sorella, aveva manifestato qualche interessante inclinazione letteraria.

Camille ebbe così il privilegio d’iscriversi, diciassettenne, alla migliore e più innovativa Accademia di Belle Arti di Parigi, fondata da un italiano: la Colarossi.

‘Il mestiere dello scultore è per un uomo una specie di sfida continua al buonsenso. Per una donna col temperamento di mia sorella, è pura e semplice impossibilità’, ebbe poi a scrivere il fratello Paul. E in questo aveva ragione. Tra tutte le arti figurative, la scultura, oltre a essere quella fisicamente più sfibrante, è senz’altro la più costosa. I materiali, la fusione in bronzo e i modelli sono esponenzialmente più costosi rispetto all’affitto d’un atelier, che spesso si condivide.

Moltissimi scultori nella Parigi di fine Ottocento morivano letteralmente di fame. Celebre il caso di Jean-Louis Brian. Dotato, giovane, poverissimo, aveva riposto ogni speranza nella sua ultima opera: il Mercurio. Per proteggerla dalla temperatura glaciale dell’inverno, le mise addosso la sua ultima coperta. Così fu lui, quella notte, a morire di freddo accanto alla sua statua. Il caso commosse Parigi, il Salon dedicò al Mercurio una medaglia postuma. Ma il pane e le calorie quotidiane continuavano comunque a latitare, per i giovani artisti.

Tutto questo però non riguardava (per ora) la dotata e ben nutrita Camille. Nel frattempo la sua Accademia aveva chiuso i battenti, e lei aveva affittato, insieme ad altre artiste, un atelier. Fu lì che, nel 1882, il suo maestro le presentò uno scultore che proprio allora la Francia stava riconoscendo tra i suoi migliori. Per alcuni, addirittura, il più grande. Usciva da decenni di durissima gavetta. Quarantadue anni, un viso forte, buono, segnato. Un che di modesto, a prima vista, che tradiva le sue origini popolane. Si chiamava Auguste Rodin.

Persuaso da subito del talento di Camille, le offrì di lavorare per lui, come assistente, nel suo atelier ‘Dépot de Marbres’, poi divenuto famosissimo. Anche l’amica e collega Jessie fu arruolata. Le due giovanissime – diciott’anni – si sentirono assunte in cielo.

“All’ombra dei grandi alberi niente può crescere”. Così dicendo lo sconosciuto scultore rumeno Brancusi, giovane, spiantato e prossimo alla canna del gas, declinò coraggiosamente l’invito dell’ormai superconsacrato Rodin – che grandemente ammirava – a far praticantato nel suo studio parigino. Correva l’anno 1904. Erano passati più di vent’anni dal giorno del primo incontro di Camille con Rodin. L’avesse sentita allora, lei, questa saggia riflessione del rumeno, magari avrebbe alzato la guardia. O forse no. Come è stato giustamente rilevato ‘Brancusi non era innamorato di Rodin’. Perché è questo che nel giro di un anno accadde a Camille. In sinc perfettissimo con quel che accadde al Maestro. Un amore onnicomprensivo, per entrambi. Corpo cuore mente. La triplicità fatale.

Questo tipo d’amore – raro, checché soap e tictokismi vari pretendano – sottopone i due contraenti a una sorta di elettroshock prolungato, doloroso, ingovernabile, che mira a polverizzare le sterili fortificazioni dell’ego e a estrarre un io rinnovato. Molti s’infrangono durante il percorso. Camille fu tra i caduti. Rodin, al contrario, ne uscì arricchito e s’innalzò sicuro verso l’Empireo dei Grandissimi. Perché andò così? Lui il solito, trito e ritrito carnefice (certo che i 24 anni in più gli starebbero a pennello!), e lei l’altrettanto solita, tremebonda, ignara vittima? Niente di tutto questo, sarebbe un insulto per entrambi.

Accadde perché l’evento deflagrò in pieno Ottocento, in una Francia ancora rigidamente cattolica. Accadde perché lui era un uomo, un grande uomo della sua epoca. Perfettamente inserito nella Parigi artistica del suo tempo. E accadde perché lei era donna, una giovane donna da poco approdata nella capitale, da un mondo remoto e provinciale come la Piccardia. E se lui s’impegnò con sincero calore a promuovere l’opera già magnifica della giovane amante, il mondo, tutto il mondo attorno a loro s’industriò, pervicacemente, a respingerla. O almeno a rimpicciolirla. Oltretutto, le creazioni di lei erano forti, nude, sconvolgenti. Non le inghiottivano. Perché tutto il mondo attorno a loro, compreso quello dell’arte, era ferocemente, intrattabilmente ‘uomo’. E quando si abbassarono ad accettarla tra le loro fila – dopotutto il talento di Camille in qualche modo li abbagliava – lo fecero con una sorta di affettuosa condiscendenza. Se un suo manufatto risultava grande e apprezzabile, era per via del ‘segno’ inconfondibile che Rodin, il Maestro, vi aveva impresso. Marchiata a vita, si direbbe.

L’altro marchio, quello più grave, Camille lo portava inciso nel cuore. La madre di ghiaccio, la nemica. Il sicario che ci insegue dalla culla. Imbarcarsi in un amore potente con un simile carico, di cui non si ha cognizione – sfortunatamente Freud, giovanissimo, non si era ancora imbattuto nel complesso di Edipo – è come affrontare l’Oceano su una barchetta a remi e per di più fallata. Poiché Rodin resisteva all’idea di abbandonare Rose, la sua vecchia compagna, per sposare Camille, lei si infranse. Non gli concesse nessuna attenuante. Rose, una sartina ignorante e servile, ma tenacissima, gli era stata fedelmente accanto nei cupi anni della fame. Più che umana, quindi, l’esitazione di lui. Ma Edipo non è umano. E’ ferino. Assetato di sangue. Da qui, l’atto estremo. Fu Camille a lasciare Rodin. Il gesto, in sé, poté sembrarle sano. ‘Ho me stessa, sono giovane, nel mondo dell’arte sto cominciando a esistere… sì, posso farcela. Ce la farò. Da sola. Sono forte. E sono sana’. Non lo era. Dopo dieci anni di progressivo, graduale autoannientamento, pochi giorni dopo la morte di suo padre, la famiglia la fece ricoverare in manicomio. In pieno delirio psicotico. Asseriva che Rodin e ‘la sua banda criminale’ la perseguitavano, che cercavano di avvelenarla, di rubarle l’atelier. Lui, all’opposto, in tutti quegli anni aveva cercato in mille modi di aiutarla, anche ricorrendo a sotterfugi, ad amici che lo facessero in sua vece.

La banda criminale, però, esisteva davvero. Ma non faceva capo a Rodin. Faceva capo alla Signora Claudel, sua madre. E al fratello Paul. Con raro sadismo, trasformarono un ricovero temporaneo in condanna a vita. Aggravata dall’inflessibile volontà della madre che Camille fosse tenuta in isolamento. Né visite né lettere dall’esterno, se non quelle dei suoi stretti famigliari. Che non le scrissero mai, nemmeno a Natale. Per 30 anni. Alla Monaca di Monza andò meglio. Nonostante i crimini accertati – perfino istigazione e complicità negli omicidi di due converse – il cardinale Borromeo, dopo 14 anni di segregazione in una cella murata, la graziò.

Due film, retrospettive tutto il mondo, un museo a suo nome, tante biografie e ora, per la seconda volta, l’America. Per Camille Claudel il dopo morte ha un felice sentore di Resurrezione.

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