Patriarcato e femminicidi: dove cadono gli scetticismi?

sabato, 25 Novembre 2023
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Con il tragico omicidio di Giulia Cecchettin, il tema del femminicidio è tornato al centro del dibattito, dividendo ancora una volta l’opinione pubblica italiana. L’imputato principale questa volta si chiama patriarcato, più in particolare, ci interessa il rapporto di quest’ultimo con il numero di femminicidi consumati in Europa.

Dell’appello pronunciato da Elena, sorella della vittima, sembra essere volato tutto al vento, tranne il concetto di patriarcato, che sta continuando ad alimentare dibattiti, palinsesti e social network. Ma quali sono i dubbi? La corrente attualmente più diffidente, sosterrebbe che questo fantomatico patriarcato, di cui è piena la voce di milioni di persone, non trovi un’effettiva applicazione pratica nella nostra realtà. In altre parole, combattere il fenomeno dei femminicidi mirando al sistema patriarcale sarebbe pressoché equivalente alla carica dei mulini a vento di Don Chisciotte. Tanto inutile quanto fallimentare. 

Ma cosa dicono i dati? A sostegno di questa tesi, infatti, interverrebbero le statistiche relative al tasso dei femminicidi nei paesi europei. La tesi, di chi alla colpevolezza del sistema patriarcale non ci crede, è semplice: nei paesi europei “non patriarcali” si registrerebbero tassi più elevati di crimini di genere. Ma un’analisi di questo tipo è veramente sufficiente?

In un’intervista con La Stampa, la Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità Eugenia Roccella, ha dichiarato che «l’Italia è fra i Paesi europei in cui il numero di femminicidi è meno alto». I dati reperibili però, vanno analizzati con più attenzione.

Innanzitutto, i dati affidabili sui femminicidi in Italia, dichiara l’ISTAT, sono riconducibili solamente a tre anni (2019-2021) e da calcolare in rapporto ai dati demografici. Alla luce di ciò, un analisi più accurata, ci lascia di fronte ad una preoccupante costanza dei numeri negli anni. Di diminuzione dei casi, quindi, non sarebbe corretto parlare. Altro aspetto fondamentale sono le denunce di violenza domestica. Com’è facile da comprendere, infatti, una “tendenza a denunciare” che sia diversa tra i vari paesi europei, non faticherebbe a creare importanti differenze nell’analisi dei dati. Oltre a questo, si aggiunge un altro problema: la definizione di femminicidio. Ebbene questa varierebbe leggermente tra i vari paesi europei, condizionando i criteri di raccolta dei dati riportati in statistica. Un’ulteriore mancanza importante la si riscontra anche nell’assenza dei dati provenienti da 7 paesi europei come Portogallo, Polonia, Estonia, Lussemburgo, Danimarca, Irlanda e Belgio.

Insomma, i dati possono essere uno strumento pericoloso, una sicurezza se letti nel modo corretto, ma un rischioso depistaggio in ogni altro caso. Quanto può reggere allora lo scetticismo di chi, contro la voce delle piazze, si difende dietro statistiche parziali, troppo ottimistiche, strumentalizzate? Ma soprattutto, combattere un’ideologia di fronte ad un problema concreto, può considerarsi davvero una strada per la soluzione? 

 

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