Premierato, Gianni Letta e Giuliano Amato uniti nella lotta: i due vecchi mandarini della Repubblica (88 anni il primo, 85 il secondo) scendono in campo contro «la madre di tutte le riforme» voluta da Giorgia Meloni. L’argomentazione contro è la stessa: il premierato ridurrebbe di fatto i poteri del presidente della Repubblica. E guai a chi osa dare l’assalto al Colle.
Perché questo fuoco di sbarramento e perché proprio ora? «Quando Gianni parla qualcosa sta accadendo», fanno sapere i vecchi amici di Letta presenti in Forza Italia. Forse vogliono accreditare l’idea che l’ex uomo ombra di Silvio Berlusconi sia ancora potente come una volta. O forse è effettivamente da attendersi qualche colpo a sorpresa da parte del vecchio apparato della Repubblica. Magari un’esternazione a gamba tesa di Sergio Mattarella quando saremo nel vivo dell’iter parlamentare di approvazione della riforma.
Staremo a vedere. Certo è il fatto che per gli anziani custodi dei vecchi riti repubblicani il premierato è un vero e proprio insulto alle regole della politica, almeno come la intendono loro. E cioè la mediazione continua ed estenuante, dove si fa e si disfa in permanenza l’ordito della politica, spesso alle spalle e sulla testa del popolo elettore. Per questa vecchia politica, tutta giocata dentro il Palazzo, per questa politica che ha saputo disinvoltamente partorire ribaltoni e governi tecnici, la figura del capo dello Stato è davvero cruciale, ben al di là di quello che sarebbe il suo ruolo negli equilibri istituzionali previsto nella Costituzione, vale a dire il ruolo del garante che ha il compito di far rispettare le regole e di vigilare affinché non si verifichino squilibri nella vita istituzionale.
L’esperienza degli ultimi trent’anni di vita politica ci ha insegnato invece che il Quirinale, in diverse e delicate occasioni, si è di fatto attribuito un ruolo politico tale da condizionare pesantemente la vita pubblica, come è per esempio accaduto in occasione della nascita dei governi tecnici di Mario Monti, prima, e di Mario Draghi poi.
L’avvento del premierato metterebbe fine a questi vecchi giochi e riporterebbe la figura del capo dello Stato nel suo alveo naturale. Ed è lo stesso Letta che ammette implicitamente la tracimazione del Colle sulla politica quando afferma che «il premierato ridurrebbe fatalmente i poteri del presidente della Repubblica, anche se nella riforma non ci fosse scritto». Il vecchio mandarino getta in questo modo la maschera perché dice chiaramente che il potere di condizionamento esercitato dal Quirinale in tutti questi anni non è «scritto». Quindi è un potere di fatto, un potere che solo la debolezza della politica ha reso possibile nel corso della cosiddetta Seconda repubblica e anche durante la Terza, che possiamo far coincidere con la massima espressione di potenza politica del Colle: due governi tecnici in dieci anni (dal 2011 al 2021), più diversi presidenti del Consiglio che non sono usciti dalle urne (Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte).
Diciamo che, in un simile mondo, il mondo di un premier più forte, tanto Letta quanto Amato si ritroverebbero come pesci fuor d’acqua. E ciò, non perché non possono più aspirare ad alte cariche, ma perché è un mondo che, sostanzialmente, non capirebbero. Dal vecchio mondo hanno entrambi ottenuto di tutto e di più: Giuliano Amato è stato due volte presidente del Consiglio e una volta presidente della Consulta, guadagnandosi anche il titolo di Dottor Sottile. Gianni Letta, da parte sua, è stato per anni uno degli uomini più potenti d’Italia (e non solo quando era a fianco di Berlusconi).
Tra vecchi mandarini, del resto, se la intendono alla grande. Un altro “grande vecchio” della Repubblica, Giuseppe De Rita (il novantunenne principe dei sociologi di Stato) ha ad esempio fornito in questi giorni una definizione a dir poco iperbolica di Amato: «Il più bravo premier degli ultimi cinquant’anni». Meglio per lui non divulgare ulteriormente questo incredibile elogio. Sono ancora in molti a ricordare quella fatale notte del 1992 quando, con il Dottor Sottile premier, lo Stato alleggerì i conti correnti degli italiani attraverso un prelievo notturno effettuato in nome dell’ennesima emergenza finanziaria. Ma, che volete farci, i vecchi mandarini sono fatti così: spacciano la scorrettezza per senso dello Stato.



