Meglio nessun accordo che un cattivo accordo. È questo il mantra con il quale la premier Meloni e il ministro Giorgetti stanno conducendo la partita europea, che si muove su tre tavoli; la riforma del Patto di stabilità, la ratifica del Mes e i piani del Pnrr. con l’aiuto dei sindacati, che due settimane fa sono scesi in piazza contro il governo ma nel confronto con Bruxelles dimostrano un quasi perfetto allineamento con Palazzo Chigi.
Un Patto ancora stabilissimo
Presentato in versione riformata dalla von der Leyen ormai un anno fa, il nuovo Patto non piace a nessuno. Non ai paesi più indebitati come l’Italia, che metterebbe in mano alla Comissione il potere di diminuzione del deficit, ma neanche ai “frugali” (noi preferiamo chiamarli egoisti) paesi del Nord Europa, che vorrebbe un percorso di risanamento nei conti definito con maggiori dettagli. A questo punto meglio rimandare tutto e lasciar decidere alla nuova Commissione che uscirà dalle elezioni europee del prossimo giugno, magari prolungando di un altro anno lo stop ai parametri più rigidi come il limite del 3% al rapporto tra deficit e Pil.
In questa battaglia la maggioranza può contare non solo sull’appoggio della Cisl, da tempo in atteggiamento dialogante, ma pure con quello delle “nemiche” Cgil e Uil, che attraverso i loro segretari si sono scagliate contro il clima di austerity che il Patto, sia nella versione attuale che in quella rinnovata, rischierebbe di stabilire. Landini si è espresso con toni chiarissimi: parlando a Bruxelles in apertura della manifestazione manifestazione contro l’austerity organizzata dalla Confederazione europea dei sindacati ha detto che il ritorno alle regole del Patto sarebbe un danno non solo per i lavoratori ma per l’Europa stessa”.
Mes alla berlina
Ancora ieri la premier ha deciso di non esporsi sulla ratifica del Mes, approvato da tutti i paesi dell’Unione tranne il nostro. A differenza di Salvini la Meloni non è contraria in tutto e per tutto allo strumento, ma vorrebbe usarlo come pedina di scambio per ottenere qualche concessione sul Patto di stabilità o per portare a casa ulteriori revisioni del Pnrr, che comunque ha già ottenuto l’importante ok dell’Ecofin con 21 miliardi di risorse aggiuntive. La partita è delicata, perché la mancata ratifica dell’Italia di fatto rende il fondo salvastati inutilizzabile per tutti. La Meloni ha deciso di rinviare ogni decisione al prossimo anno, ma deve fare attenzione a tirare la corda il giusto, evitando di spezzarla, ovvero arrivando allo scontro aperto con il resto dell’Europa.
La posizione di Giorgia è chiara e pragmatica, differente sia dall’ostruzionismo a prescindere di Salvini che dall’euroentusiasmo a prescindere della Schlein. Su ogni argomento si tratta e si cerca di portare a casa il risultato migliore per il proprio Paese, se necessario litigando ma senza sbattere la porta. Segnalando quando necessario certe incoerenze di Bruxelles che, ha spiegato proprio ieri la premier, da una parte “chiede agli Stati di investire su alcune priorità e dall’altra finge che questo non sia utile ed addirittura arriva a delle regole di governance che puniscono i Paesi che investono su quelle priorità”. Un atteggiamento, anche se la diretta interessata non lo ammetterebbe mai, molto draghiano, per di più mantenuto senza poter contare con la stima e le conoscenze accumulate da Super Mario in tanti anni di carriera. I prossimi mesi ci diranno se questo atteggiamento avrà pagato. La partita a scacchi con l’Europa è appena cominciata.



