Toni Negri continua a dividere anche da morto

lunedì, 18 Dicembre 2023
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Toni Negri continua a dividere anche da morto. La sua scomparsa, avvenuta nei giorni scorsi all’età di 90 anni, ha incredibilmente ridestato passioni che sembravano sepolte da più di quarant’anni. Da una parte abbiamo visto chi, come il ministro Gennaro Sangiuliano, ha riproposto la definizione  di “cattivo maestro” e, dall’altra chi, come l’ex “tuta bianca” Luca Casarini, lo definisce un “padre” e un “profeta”.

Ma chi era veramente Toni Negri? Né un maestro né un profeta, ma un pensatore in lucido delirio, il quale ha rappresentato compiutamente un decennio di furori ideologici, di violenza teorizzata e praticata, di devastazioni di massa (soprattutto morali), ma anche un decennio di aspirazioni, ancorché caotiche, alla giustizia, un decennio di enormi contraddizioni, allorquando abbiamo assistito al paradosso dell’idea del cambiamento e della modernizzazione che accendeva grandi speranze e, allo stesso modo, incuteva enormi paure.

Parliamo ovviamente degli anni Settanta, anni terribili, convulsi e decisamente folli, anni in cui avvenne la dilatazione decennale della fiammata rivoluzionaria di un anno (il 1968): proprio in Italia, a differenza di quanto avveniva nel resto d’Europa, si assistette alla prolungata celebrazione del culto (non proprio di massa, ma comunque assai diffuso) della lotta armata e del rovesciamento del potere costituito. Solo in un Paese simile, cronicamente percorso da frustrazioni condite da fremiti rivoluzionari, poteva affermarsi un pensiero, come quello di Toni Negri, che considerava la violenza «necessaria» e che riteneva «possibile» la rivoluzione.

E proprio qui sta la potenza e, nello stesso tempo, il delirio del filosofo padovano. La potenza perché, nella testa di Toni Negri, non circolano soltanto le tesi di Marx e di Lenin, ma anche di Cartesio, Hegel e, soprattutto, Spinoza. È la potenza di chi individua nei movimenti di massa una inarrestabile capacità di trasformazione. Il delirio dell’ideologo di Autonomia Operaia sta invece nel ritenere che la rivoluzione sia una possibilità concreta, nel pensare che le violenze di piazza e gli “espropri proletari” possano effettivamente fornire la scintilla all’insurrezione delle masse italiane.

Come tutti i pensieri deliranti, anche quello di Toni Negri non “vede” la realtà. Non vede che queste mitiche masse stanno inseguendo il modello dell’edonismo a buon mercato (altro che pauperismo rivoluzionario). Non vede soprattutto che la vera “rivoluzione” la sta invece preparando il capitalismo, che proprio nel fatale decennio dei Settanta sta mettendo a punto trasformazioni tecnologiche e finanziarie tali da sommergere i decenni successivi, un capitalismo che si appresta a cambiare realmente la vita delle società e delle persone.

Alla fine, delle teorie rivoluzionarie coltivate negli anni di piombo, rimarrà solo una lunga (e inutile) scia di sangue. Fece dunque bene il giudice Pietro Calogero a incriminare Toni Negri e i suoi sodali di insurrezione armata contro i poteri dello Stato in quello che è passato alla storia come il “processo del 7 aprile”? È sicuramente il punto più controverso della biografia politica di Negri. Un collegamento organico tra il professore padovano e i vertici delle Brigate Rosse in realtà non fu mai provato. Tant’è che, alla fine, Toni Negri fu condannato a 12 anni per il reato più lieve di associazione sovversiva e per il concorso morale nell’omicidio di un carabiniere avvenuto durante una rapina per autofinanziamento.

Difficile stabilire fino a che punto le teorie del filosofo padovano possano aver dato luogo a reati. È un discorso da svolgere con estrema cautela perché è sempre pericoloso condurre le idee, in quanto tali, a processo, anche se parliamo di idee folli e aberranti.  Può essere interessante in proposito leggere  quanto scrive Massimo Cacciari: «Il pensiero di Toni Negri è prassi. Ma nel senso profondo che il pensiero, quanto più è radicale, quanto più esige di procedere al fondo della cosa, tanto più è obbligato a manifestare il proprio punto di vista, la propria parzialità».

Il problema è che il pensiero del filosofo padovano ha anche prodotto, forse solo indirettamente, sofferenza in tante persone alimentando il fanatismo di soggetti, non solo rivoluzionari, ma anche criminali.

Si legge nel Vangelo che i falsi profeti si riconosceranno dai frutti. E l’albero di Toni Negri non ne ha certo prodotto di  buoni.

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