Il 2024 potrebbe essere un anno di grandi manovre nella politica italiana. Dopo le Europee di giugno e il conseguente riassetto ai vertici delle istituzioni Ue, comincerà la lunga cavalcata verso le politiche del 2027.
Se a destra la situazione è stabile, non altrettanto può dirsi del fronte opposto. I big del Pd sono alla ricerca disperata di un federatore della sinistra che sia capace di competere con Giorgia Meloni. Elly Schlein appare sempre meno all’altezza della sfida. Il suo rivaleggiare a sinistra con Giuseppe Conte non la rende adatta a conquistare settori strategici di elettorato “moderato”, tutti segmenti di opinione che potrebbero rendere competitiva un’eventuale alternativa al centrodestra a guida meloniana. Ci vorrebbe un nuovo Romano Prodi, ovviamente senza l’Ulivo. Chi potrebbe essere?
Ecco l’eventualità che dal cilindro del 2024 spunti il nome di Paolo Gentiloni. L’attuale commissario Ue agli Affari economici rischia seriamente di rimanere “disoccupato” dopo l’insediamento, nell’anno che si sta per aprire, della nuova Commissione Ue e avrebbe pertanto tutto il tempo di costruire un’alleanza politica volta a far uscire la sinistra dal pantano in cui l’hanno fatta sprofondare le fumose supercazzole della Schlein, da una parte, e il fin troppo ostentato radicalismo di Conte, dall’altra.
Il nome di Gentiloni circola da qualche mese tra gli addetti ai lavori e le alte sfere dell’establishment progressista. L’alto dignitario Ue avrebbe dalla sua la capacità (sulla carta) di pescare consensi in uno schieramento che vada dai centristi di Antonio Calenda e Matteo Renzi agli ultrasinistri di Nicola Fratoianni. Rimarrebbe fuori teoricamente il M5S di Conte. Ma per i pentastellati sarebbe sicuramente più difficile dire no a un candidato premier come Paolo Gentiloni che non a uno come Elly Schlein. Rimanendo fuori da una possibile alleanza di centrosinistra, Conte rischierebbe di cadere nella trappola del “voto utile” e perderebbe inevitabilmente molti consensi. Questo almeno accadrebbe nel caso di un confronto politico-elettorale fortemente polarizzato.
Staremo a vedere come andrà a finire. Cominceremo a capire qualcosa di più da come verranno sistemate le pedine sulla scacchiera nel corso del 2024. Al momento, com’è ovvio, nulla trapela dagli ambienti vicini a Gentiloni, anche se c’è da registrare un movimento del commissario Ue che potrebbe rivelarne l’intenzione di gettarsi in un prossimo futuro nell’agone politico. Ci riferiamo alla partecipazione dell’alto papavero di Bruxelles al forum europeo del Pd che si è tenuto a Roma il 15 e il 16 dicembre per inaugurare la campagna elettorale del partito. In quell’occasione Gentiloni ha detto che il Pd «ha le carte in regola per fare la sua parte».
La generalità della stampa, soprattutto quella vicina al Pd, ha interpretato l’endorsement del commissario europeo (insieme a quelli di Prodi ed Enrico Letta) come una sorta di investitura della Schlein alla guida del fronte progressista. Tale tipo di sostegno potrà sicuramente valere fino alle Europee. Dopodiché, Gentiloni sarà libero di fare il suo gioco, anche perché è già emersa, nella valutazione dell’accordo sul Patto di stabilità, una divergenza di opinioni tra lui e la Schlein che potrebbe pesare negativamente sul dibattito interno del Pd anche oltre il 2024.
Se infatti, per l’Elly barricadiera, il compromesso raggiunto in sede Ecofin sulle nuove regole fiscali europee «farà molto male all’Italia», per il Paolo europeo l’accordo stabilito a Bruxelles rappresenta al contrario un «passo avanti», ancorché non sia per lui l’«ideale». È molto più di una fisiologica e innocua differenza di sfumature. È una diversità di vedute che potrebbe rivelare una dissonanza di visioni sulla politica economica degli anni a venire in seno al centrosinistra.
Un’eventuale operazione Gentiloni potrebbe quindi non bastare a creare un fronte anti-Meloni dotato di un minimo di coesione. È assai probabile che i big del Pd ne siano consapevoli. Ma sono anche consapevoli del fatto che la strada della Schlein federatrice delle forze progressiste non porta da nessuna parte.
Il 2024 dirà se alla sinistra conviene tenere il Paolo europeo a lungo nei box, oppure se non sia già il caso di lanciarlo in pole position nella grande gara delle elezioni politiche che verranno.



