Gli Agnelli si sbranano sulle spoglie della Fiat

giovedì, 15 Febbraio 2024
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Una cassaforte che vale 35 miliardi. È questo l’oggetto del contenzioso, in stile soap opera sudamericana, che vede opposti madre e figli, eredi della famiglia Agnelli e di quel che rimane del vecchio impero Fiat, una volta un gigante dell’industria europea che ora è ridotta a triste periferia di una multinazionale francese.

Sì, perché nel confronto in tribunale tra Mariella Agnelli e i suoi figli John, Lapo e Ginevra l’obiettivo finale sembra essere il controllo della Exor, la holding finanziaria olandese (così si pagano meno tasse) fondata da Gianni Agnelli al cui interno troviamo le partecipazioni in Fiat, nei quotidiani Repubblica e Stampa, nel settimanale finanziario Economist, nella Juventus e via elencando. Una holding totalmente nelle mani dei tre fratelli Elkann dopo che Margherita aveva ceduto le sue quote alla madre Marella Caracciolo. Era accaduto tutto nel 2004, quando Margherita (secondo le malelingue credendo che la Fiat, in quel periodo in acque agitate, fosse destinata al fallimento) vendette per oltre 100 milioni di euro alla madre la sua quota, che venne girata immediatamente dalla nonna ai nipoti. Difficile, ricordando la situazione della casa automobilistica torinese ai tempi, dar torto a Margherita. Tra il 2000 e il 2004 il numero di dipendenti era crollato da 114mila a 71mila unità; il piano di fusione con la Opel era fallito e in listino si vedevano sempre meno auto. Poi arrivò Marchionne e soprattutto arrivarono la nuova Panda e la nuova Punto, che per qualche anno restituirono ossigeno alla casa automobilistica, permettendole, se non di prosperare, almeno di sopravvivere fino alla fusione prima con Chrisler e poi con il gruppo Peugeot-Citroen. Una fusione, quest’ultima, che ha fruttato un bel ritorno alla famiglia proprietaria del gruppo Exor. Margherita vorrebbe quindi ridiscutere l’assetto proprietario perché ritiene che quando accettò la sua parte di eredità alla morte dell’Avvocato non era a conoscenza di una parte del patrimonio del padre che le sarebbe stato tenuto segreto. Il litigio non è quindi questione solo di soldi, ma di potere, perché se Margherita potesse mettere le mani anche solo su una parte di Exor potrebbe anche cambiare la politica di governo delle società controllate, a partire da Fiat e Ferrari.

Non ci sorprenderemmo quindi se a Parigi i vertici di Stellantis (dove, è bene ricordarlo, lo Stato francese detiene una parte non irrilevante del capitale) tentassero di estromettere del tutto gli italiani dal controllo dell’azienda. La quale vede ancora John Elkann come presidente, anche se le decisioni operative sono prese dall’amministratore delegato Carlos Tavares, uno che non ha mai nascosto di considerare il nostro Paese un’area tutt’altro che centrale per il futuro della società e non si è fatto problemi a far capire la Meloni che è pronto ad abbandonare gli stabilimenti italiani. Prospettiva alla quale la premier ha risposto prospettando l’arrivo di un altro player sul nostro mercato, che mantenga in vita gli stabilimenti esistenti e magari ne costruisca di nuovi. Una prospettiva interessante che però si scontra con una scarsa capacità finora dimostrata da questo esecutivo a gestire le partite con la grande industria. D’altra parte le Melonimics è fortissima quando si parla di imprese piccole e piccolissime, molto meno quando c’è da affrontare i grandi dossier. Speriamo che almeno per quanto riguarda il comparto automotive si riesca a trovare una soluzione, lasciando gli Agnelli ad azzuffarsi tra loro.

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