Il Medio Oriente rimane una pentola a pressione di tensioni latenti e conflitti in corso. Gli eventi degli ultimi giorni, però, fanno sperare in un lento riappacificamento nella regione, soprattutto grazie alla mediazione americana e al ruolo dell’Egitto in tutto ciò. Contemporaneamente, dobbiamo sottolineare come il futuro d’Israele potrebbe essere quello di un paese estremamente isolato dalla comunità internazionale (eccezion fatta per gli USA ovviamente). Nelle ultime settimane sono stati moltissimi gli stati che si sono detti pronti a riconoscere la Palestina, ad allontanarsi o a tagliare i rapporti diplomatici con Israele e a chiedere la deposizione di Netanyahu.
Primo fra tutti in questa lotta contro Israele è indubbiamente il Capo di Stato turco Tayyip Erdogan, che ha dichiarato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’intera rete della leadership israeliana sono gli unici responsabili dell’ultima escalation di tensioni in Medio Oriente. In una conferenza stampa ha poi sottolineato come: “Israele sta cercando di provocare un conflitto regionale, e il suo attacco all’ambasciata iraniana a Damasco è stato l’ultimo colpo,”. Erdogan ha quindi spiegato che finché ci saranno crudeltà e genocidio nella striscia perpetrati dal governo israeliano, l’intero medio oriente sarà vittima di costanti conflitti regionali.
Tutto ciò, sembra andare in direzione opposta rispetto alla de-escalation per la quale Egitto e Stati Uniti d’America sembrano star spingendo. La presenza del Segretario di Stato Antony Blinken al porto di Ashdod in Israele sottolinea l’importanza degli sforzi diplomatici in corso nella regione. Gli sforzi per mediare un cessate il fuoco e garantire il rilascio degli ostaggi continuano, con l’Egitto che svolge un ruolo cruciale nel facilitare le trattative. Il Segretario di Stato americano ha fatto un appello ad Hamas, chiedendo di accettare l’accordo egiziano e iniziare le trattative per una soluzione pacifica al conflitto.
Nel mentre, l’UNESCO ha assegnato il Premio Mondiale per la Libertà di Stampa ai giornalisti palestinesi che coprono il conflitto di Gaza. Questo riconoscimento serve come promemoria del ruolo cruciale svolto dai professionisti dei media nelle zone di conflitto, spesso a rischio personale elevato. Sono stati 97 i giornalisti uccisi dal conflitto Israelo-Palestinese nel solo 2023, un numero spaventoso soprattutto se si pensa che alcuni reporter siano morti in circostanze misteriose con numerosi attivisti che hanno denunciato i soldati dell’esercito israeliano per aver colpito i giornalisti palestinesi volontariamente. Ovviamente i rappresentanti dell’IDF hanno smentito, sottolineando l’importanza dei giornalisti nel raccontare questo conflitto.
Infine, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), ha iniziato a pensare alla ricostruzione di Gaza per il periodo del dopoguerra, stimando un costo totale di 40 miliardi di dollari e richiederà uno sforzo costante per almeno 80 anni, come spiegato dal Presidente dell’ufficio regionale per gli stati arabi dell’UNDP.
