Eluana Englaro, la sentenza che “riapre” il caso

martedì, 4 Giugno 2024
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A quindici anni dalla scomparsa di Eluana Englaro, avvenuta il 9 febbraio 2009 dopo 17 anni in stato vegetativo permanente, la Corte dei Conti condanna Carlo Lucchina, ex direttore generale della Sanità lombarda. Il dibattito si riaccende.

Lucchina dovrà risarcire lo Stato per circa 175.000 euro, somma che la Regione Lombardia aveva precedentemente corrisposto a Beppino Englaro, padre di Eluana, per le spese sostenute nel trasferire la figlia in una struttura sanitaria friulana, dove poi, la ragazza, si spense.

La decisione della Corte si fonda su quella che viene descritta come una “concezione personale ed etica del diritto alla salute”, che avrebbe guidato Lucchina a negare la sospensione del trattamento che manteneva Eluana in vita. L’ex direttore generale, difendendo la propria posizione, ha sottolineato di aver seguito le direttive dell’Avvocatura regionale, non escludendo la possibilità di un ulteriore appello in Cassazione. Beppino Englaro, che per anni ha lottato per far valere le presunte volontà della figlia, ha invece espresso il proprio sollievo per la sentenza, ritenendo (e sottoscrivendo) di aver sempre agito nel rispetto della legalità e dei propri diritti, nonostante gli ostacoli incontrati. “Potevano evitare tutto ciò che hanno combinato, ora si rendono conto, è chiaro che hanno sbagliato e ne devono rispondere”.

Il caso Englaro, a suo tempo, aveva sollevato questioni profonde riguardo l’autonomia individuale e il diritto di rifiutare trattamenti medici ritenuti insostenibili. Nonostante la Cassazione, nel 2007, avesse riconosciuto il diritto di ogni individuo di declinare cure percepite come degradanti, e la Corte d’Appello di Milano avesse autorizzato l’interruzione del trattamento l’anno successivo, Lucchina si oppose fermamente, sostenendo che la sospensione dell’alimentazione artificiale avrebbe violato gli obblighi professionali dei sanitari. La vicenda portò Beppino Englaro a rivolgersi al Tar, che accolse la sua richiesta, ma senza che la Regione desse seguito alla sentenza. Così, un mese dopo, Eluana Englaro morì in una struttura sanitaria di Udine.

Oggi, nel 2024, la sentenza suscita ancora reazioni contrastanti, men che meno tra le fila del Parlamento. Da un lato, Gilda Sportiello, deputata del M5S, parla di una decisione “emblematica”; dall’altro, Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia parla di “orrore” verso la condanna di Lucchina, difendendo il “sacro diritto a vivere”. Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in Regione Lombardia, coglie l’occasione per sottolineare l’assenza di una normativa che regoli il fine vita, nonostante siano trascorsi quindici anni dalla drammatica vicenda. Il altre parole le voci non sono cambiate: per i conservatori vince la vita, per i progressisti la libertà di disporre a pieno del proprio corpo. L’opinione pubblica, dicono i sondaggi, sembrerebbe tendere sempre più dal lato progressista, ma il vero ago della bilancia resta la chiesa cattolica, indubbiamente influente nel dibattito e fermamente contraria al cosiddetto “suicidio assistito”.

Su una mano si leggono autodeterminazione, libertà, dignità umana e pragmatismo. Sull’altra, invece, sacralità della vita e paura per una deriva incontrollata del “diritto alla morte”. Sarà questa sentenza a definire la posizione italiana sul fine vita?

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