Nomine Ue, Ursula verso la riconferma. Ma i giochi non sono finiti…

mercoledì, 26 Giugno 2024
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Nomine ai vertici Ue, domani comincia una due giorni decisiva. Ma non è detto che nella serata di venerdì, al termine del Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, i giochi saranno effettivamente definiti. Sull’imminente riunione dei capi di Stato e di governo grava un’atmosfera di incertezza, sfiducia reciproca, veti incrociati.

Sulla carta Ursula von der Leyen possiede i numeri per essere riconfermata presidente della Commissione Ue. Ieri è stata formalmente raggiunta l’intesa a Bruxelles.  Unitamente alla riconferma della presidente uscente, l’accordo tra popolari, socialisti e liberali sulle nomine del cosiddetto “top job Ue” prevede anche un esponente del Pse (l’ex premier portoghese Antonio Costa) alla presidenza del Consiglio europeo, un altro esponente popolare (Roberta Metsola) alla guida del Parlamento Ue (anche questa sarebbe una riconferma) e un leader dei liberali di Renew (la premier estone Kaja Kallas) come Alto rappresentante agli Affari esteri. Sia detto per inciso riguardo a questo ultimo punto, lascia un po’ perplessi l’idea di affidare a una esponente delle Repubbliche baltiche (tradizionalmente molto ostili con Mosca) la rappresentanza della politica estera Ue in una fase molto delicata della guerra in Ucraina e mentre ancora non si vedono all’orizzonte le linee della tanto auspicata soluzione diplomatica del conflitto. Ma di questo aspetto, nel caso, avremo modo di riparlare nei prossimi mesi.

Quello che ora ci interessa chiarire è che, in realtà, non è ancora certo che l’accordo annunciato ieri possa effettivamente reggere alla prova del vertice di domani e dopodomani . I popolari vorrebbero ridurre a due anni e mezzo il mandato del presidente del Consiglio europeo, passati i quali, o ci sarebbe una riconferma, oppure si passerebbe a nominare qualcun altro. Questa mossa ha ovviamente irritato i socialisti, i quali, seppur ridimensionati dalle urne, non ci stanno a subire le pretese egemoniche del Ppe, che è oggi il primo partito all’Assemblea di Strasburgo con 190 seggi.

La vera partita è però più complessa, rientrando in quel clima di sfiducia reciproca di cui parlavamo all’inizio. Secondo varie indiscrezioni circolate sulla stampa in questi giorni, i popolari cercano in questo modo garanzie sulla lealtà di tutto il gruppo socialista riguardo alla ratifica di Ursula presidente. E ciò dovrebbe avvenire nella sessione plenaria del Parlamento europeo che si terrà nella seconda metà di luglio. Se dovesse arrivare qualche sgambetto alla von der Layen, vorrebbe dire che l’accordo andrebbe ridefinito, compresa quindi anche la carica di presidente del Consiglio Ue.

Per inquadrare bene tutti i delicati passaggi di questi giorni occorre ricordare che la nomina a presidente della Commissione Ue (a differenza delle altre  nomine del “top job”) avviene in due momenti: il primo con la designazione del Consiglio europeo (ed è ciò che dovrebbe avvenire tra giovedì e venerdì), il secondo, appunto, con la ratifica del Parlamento di Strasburgo. Le  insidie più gravi sono proprio in questa seconda fase: Ursula  può contare formalmente su 399 voti (gliene servirebbero 361), ma potrebbero non bastare, vista la probabile azione dei franchi tiratori. Di qui la necessità per la presidente uscente di cercare voti al di fuori del perimetro della maggioranza: o a destra (con Gorgia Meloni e i conservatori dell’Ecr) o a sinistra (con i Verdi).

Le trattative di questi giorni hanno dunque lo scopo di blindare la von der Leyen. Ma è proprio qui che s’avverte maggiormente l’effetto dei veti incrociati. Da un lato ci sono i socialisti, che non vogliono saperne nulla di accordi con la destra e che propongono invece la sponda dei Verdi. Dall’altro troviamo ampi settori del Ppe, guidati dal presidente dei popolari europei Manfred Weber,  che non vogliono invece aperture a sinistra. Da questi settori erano peraltro arrivate critiche a Ursula per il suo atteggiamento giudicato troppo “green”. Proprio Weber ha fissato nei giorni scorsi i paletti affermando su X che l’Ue deve «concentrarsi sulla crescita economica e sulla limitazione della migrazione». Sono parole che suonano chiaramente come una chiusura a sinistra e come un’apertura a destra. C’è però un altro settore del Ppe, quello che fa capo al premier polacco Donald Tusk, che ha già fatto sapere di non gradire formali aperture alla Meloni. Va comunque detto che in quest’ultimo caso agiscono motivazioni di politica interna, come l’alleanza tra FdI e il Pis, il partito dei conservatori polacchi fortemente ostile a Tusk.

Insomma, la maionese europea rischia di impazzire proprio in questi giorni decisivi. E, a quanto se ne sa, è probabile che la von der Leyen agisca personalmente e riservatamente, al di là delle negoziazioni ufficiali.

È in questo contesto che la Meloni può entrare nel gioco delle cariche europee. Il dilemma di Giorgia non è però semplice: le conviene agire come leader dei conservatori europei e di FdI o non piuttosto come premier del governo italiano? Sono due tipi di interesse che possono non coincidere, nel senso che l’obiettivo primario della Meloni potrebbe essere quello di dimostrare di saper contare in Europa ottenendo per l’Italia una vicepresidenza Ue forte e con deleghe importanti, indipendentemente dal fatto che a ricoprirla sia o no un esponente di FdI. Oppure potrebbe puntare a un risultato “identitario”, lavorando alla costruzione di una forte destra al Parlamento europeo, magari in unione con il gruppo di Marine Le Pen.

Qualsiasi strada scelga in prospettiva futura, la partecipazione della Meloni alla costruzione dei nuovi assetti europei potrebbe passare per un voto “tecnico” e non politico alla riconferma di Ursula von der Leyen. Nel breve periodo, una tale mossa potrebbe significare che l’Italia di Giorgia Meloni non è affatto isolata in Europa. E sarebbe un risultato tutt’altro che disprezzabile.

   

 

 

 

 

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