Altri cinque anni di Green Deal e demolizione dall’interno dell’industria europea. È quello che ci aspetta col secondo mandato di von der Leyen alla Commissione Europea, ottenuto col consenso fondamentale dei Verdi, che hanno di fatto raddoppiato il loro peso portando i loro voti e facendo escludere quelli dei Conservatori guidati da Giorgia Meloni, rimasta fuori dai giochi. È un doppio colpo per l’Italia; vediamo perché.
Col Green Deal Italia al Verde
La von der Leyen ha ribadito l’importanza del nuovo Green Deal, promettendo di rilanciarlo nei primi 100 giorni del suo mandato. L’accordo mirerebbe a rendere le industrie europee più competitive e a creare posti di lavoro di qualità, sostenendo nel contempo la riduzione delle emissioni nocive. Ursula ha promesso un approccio “pragmatico”, basato sulla neutralità tecnologica e sull’innovazione. Non ha però spiegato come ottenere scopi così inconciliabili tra loro, ma è probabile che si finirà con l’indebolire l’industria manifatturiera, molto energivora e incapace già oggi di sostenere la concorrenza cinese (dove l’industria va ancora a carbone). Di sicuro l’unica vera preoccupazione è tener buona Greta e i suoi accoliti, come ammesso dalla stessa Ursula, secondo la quale «i giovani non ci perdoneranno l’inazione sul clima». Pazienza se le conseguenze saranno pagate dai lavoratori dell’industria.
Stretta sui conti
La presidente ha anticipato un piano di spese molto ambizioso: prima ha ribadito l’importanza di maggiori investimenti in vari settori, dall’agricoltura alle tecnologie digitali e strategiche. Poi ha evidenziato la necessità di completare l’Unione dei capitali per liberare il potenziale del risparmio privato europeo, proponendo un’Unione Europea del risparmio e degli investimenti, in linea con le idee di Enrico Letta. Infine ha proposto la creazione di un fondo per la competitività europea, destinato a finanziare progetti di interesse comune.
Ursula ha evidenziato la necessità di massimizzare gli investimenti pubblici e fare leva sul capitale privato. Tuttavia, come ha spiegato oggi l’economista Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera questo programma richiede di ripetere l’esperienza del finanziamento con debito europeo comune, come avvenuto con il Next Generation EU e il programma Sure durante la pandemia. Progetti di cui l’Italia ha un gran bisogno ma che difficilmente verranno approvati dai paesi “frugali”, a partire dalla Germania. Dato che l’Italia è di fatto fuori dalla Commissione, sarà difficile far valere la nostra voce.
Il ruolo del Pd
È tra l’altro la prima volta che il partito del premier italiano in carica non vota per il Presidente della Commissione; le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. La Meloni potrà far sentire la sua voce solo in sede di Consiglio Europeo, al quale partecipano i capi di Stato e di governo dei singoli Stati, ma negli ultimi anni (si pensi proprio al Next Generation EU, che ha dato vita al nostro PNRR) la Commissione ha conquistato maggiore autonomia decisionale.
Il rischio è che molte decisioni importanti per il futuro economico dell’Unione possano essere prese senza tenere conto delle esigenze dell’Italia, che sarà rappresentata nella maggioranza Ursula soprattutto dal Pd, che da Bruxelles potrebbe contare in Italia più dello stesso governo.



